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Venezuela, le tappe del raid Usa e il nodo del voto: cosa c'è dietro la cattura di Maduro

di Redazione sabato 3 gennaio 2026

3' di lettura

Il raid americano in Venezuela non è arrivato per caso né all'improvviso: diverse le tappe che hanno portato al blitz e alla consueguente cattura da parte delle forze statunitensi del leader venezuelano Nicolas Maduro.

LE TAPPE PRIMA DELL'ATTACCO
Da anni Maduro è ricercato dagli Stati Uniti: nel marzo 2020, un tribunale del Southern District di New York lo ha incriminato per narcoterrorismo, cospirazione per importazione di cocaina e reati correlati. Secondo le autorità americane, lui e il suo entourage hanno collaborato con le Farc colombiane per traffico di droga e armi verso gli Stati Uniti. Il Dipartimento di Giustizia ha accusato Maduro di aver guidato il Cártel de los Soles, definito un’organizzazione terroristica straniera, anche se alcuni esperti hanno messo in dubbio l’esistenza di una struttura centralizzata.

Su di lui era stata messa anche una taglia iniziale di 15 milioni di dollari, poi aumentata a 25 milioni nei primi giorni dell’amministrazione Biden, cioè a gennaio 2025, e successivamente a 50 milioni nell’agosto 2025, dopo il ritorno di Trump e la designazione del Cartel de los Soles come organizzazione terroristica straniera. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha sottolineato che le accuse contro Maduro sono basate su prove presentate a una giuria, non su speculazioni politiche.

La seconda tappa risale all'agosto di quest'anno, quando Trump ha firmato una direttiva segreta che ha autorizzato il Pentagono a usare la forza contro i cartelli latinoamericani, considerati organizzazioni terroristiche. Dalla firma della direttiva, gli Usa hanno condotto 35 attacchi letali contro imbarcazioni sospettate di traffico di droga, causando oltre 100 morti, senza autorizzazione formale del Congresso.

A dicembre circa 15.000 soldati sono stati schierati nella regione caraibica. Il dispiegamento ha incluso aerei cargo C-17, forze speciali, un gruppo anfibio con migliaia di marines e, da novembre, la portaerei USS Gerald R. Ford con il suo gruppo d’attacco. Gli attacchi e la cattura sono stati condotti con droni e aerei AC-130, sotto il comando delle forze speciali Usa. La pressione, inoltre, è stata anche economica: la Guardia costiera statunitense ha intensificato il sequestro di petroliere accusate di violare le sanzioni contro Caracas. Oggi, sabato 3 gennaio, la cattura di Maduro e della moglie, trasferiti fuori dal Venezuela. 

IL NODO DELLE ELEZIONI

All'origine di tutto questo ci sono le elezioni presidenziali venezuelane del 28 luglio 2024, il cui risultato ufficiale venne contestato dall'opposizione e accompagnato da proteste e repressione. Da una parte Maduro, al potere dal 2013, e dall'altra Edmundo Gonzalez Urrutia, ex diplomatico scelto come candidato unitario dopo l'esclusione dalla corsa della leader delle primarie anti-chaviste Maria Corina Machado. Poche ore dopo la chiusura dei seggi, il Consiglio nazionale elettorale (Cne) - una diretta emanazione del governo - annunciò che Maduro aveva ottenuto il 51% dei voti contro il 44% di Gonzalez. Un esito subito contestato dall'opposizione, che sosteneva di avere raccolto verbali da gran parte dei seggi e di poter dimostrare una vittoria netta del proprio candidato. Da parte sua il Cne non pubblicò in tempi rapidi i risultati completi, dando la colpa del ritardo a un presunto "cyberattacco". 

Gli Stati Uniti si schierarono subito contro Maduro, dichiarando che esistevano elementi per ritenere Gonzalez vincitore. A fine agosto di quell'anno il Tribunale Supremo di Giustizia ratificò la vittoria di Maduro. Le proteste, però, non si sono mai fermate. Per l'opposizione e per una parte della comunità internazionale, il voto del 2024 sarebbe rimasto "irrisolto". Da allora la spaccatura all'interno del Paese e anche fuori non ha fatto altro che allargarsi. E non è detto che il raid americano e la cattura di Maduro siano in grado di sanarla. 

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