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Agli Usa la regia del greggio mondiale

Il blitz americano in Venezuela ha rimescolato gli equilibri mondiali del mercato dell’oro nero. Il Paese sudamericano, si stima, può contare sulle maggiori risorse di greggio e gas naturale al mondo
di Antonio Castro lunedì 5 gennaio 2026

3' di lettura

Il blitz americano in Venezuela ha rimescolato gli equilibri mondiali del mercato dell’oro nero. Il Paese sudamericano, si stima, può contare sulle maggiori risorse di greggio e gas naturale al mondo. Il problema è cosa succederà quando dal modesto milione di barili estratti oggi si dovesse passare ad una maggiore disponibilità grazie alle più aggiornate capacità estrattive. Oggi ai primi posti nella produzione e consumo di petrolio raffinato ci sono gli Stati Uniti che possono vantare il primato. Seguono Arabia Saudita, Russia, Canada e Cina che bruciano però più risorse per sostenere le rispettive economie. Negli ultimi anni (grazie allo shale gas) gli Usa sono diventati i maggiori produttori al mondo non Opec. Allungando le mani sulle potenzialità inespresse dei giacimenti venezuelani (303 miliardi di barili), Washington diventerebbe il maggiore controllore (“manu militari”) delle riserve energetiche mondiali.

Donald Trump ha subito chiarito che la gestione del petrolio di Caracas passerà sotto il controllo Usa, che «saprà valorizzarne le potenzialità». Da decenni, pure sotto la gestione Maduro, la Chevron americana opera nel Paese. Importando (extra embargo) una modesta frazione dell’oro nero che Caracas estrae. Nel 2025 le esportazioni per l’80% finivano in Cina e saziavano le necessità di Cuba. Poi spiccavano gli States che importavano il greggio “pesante” venezuelano” per miscelarlo allo shale gas nazionale. Nei giacimenti del bacino dell’Orinoco, per fluidificare il greggio pesante, viene pompata una mistura di gasolio. E salta così fuori un prodotto semilavorato chiamato in gergo “Rbob” (che rende la benzina meno inquinante e commercializzabile per gli standard occidentali). Ma non basta quest’azione sudamericana a giustificare l’entusiasmo di Trump. Una manciata di ore prima del “prelievo” di Maduro lo stesso Trump aveva messo in guardia gli iraniani. Teheran vive da anni uno stato di rivolta latente. Ora però i prezzi degli alimentari sono decollati.

I mercanti e gli agricoltori sono esasperati. I 92 milioni di iraniani causa inflazione galoppante - non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena. Per scambiare la moneta locale con valuta pregiata serve andare in giro con pacchi di milioni di rials: 1 dollaro Usa viene ceduto per 1,4 milioni di rials. Morale: i commercianti non vendono, la gente vede evaporare il potere d’acquisto e le proteste di piazza si stanno trasformando da tafferugli gestibili in rivolta. La polizia del regime sparava prima proiettili di gomma. Ora è passata al piombo. Ad altezza uomo. I caduti (censiti) sarebbero 15. Oltre 580 gli arrestati e centinaia i focolai segnalati. Si è scomodata la Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei (86 anni): «I rivoltosi saranno rimessi al loro posto», ha minacciato. In Iran l’ordine si gestisce a colpi di arresti e impiccagioni. Trump aveva già ammonito: «Interverremo se il regime spara». I chierici fedeli al regime incolpano Cia e Mossad israeliano di fomentare (e foraggiare con soldi e armi) i rivoltosi. Ma ora, per fame e sete, la situazione potrebbe “spintaneamente” precipitare.

Gli e gli alleati dell’area (è nota la rivalità tra gli sciiti iraniani e le monarchie sunnite del Golfo) potrebbero allungare le mani sui 209 miliardi di barili di riserve. Resta da vedere come reagiranno i mercati. Goldman Sachs stimava a dicembre 2025 le quotazioni (Brent) intorno ai 56 dollari al barile per il 2026. Qualcosa è cambiato. Ieri i membri dell’Opec+ si sono riuniti d’urgenza in videoconferenza per confermare di «voler sospendere gli incrementi di produzione a febbraio e marzo 2026». Se Washington dovesse gestire le leve del potere energetico gli equilibri mondiali cambierebbero. Con inevitabili conseguenze per gli esportatori come la Russia. E pure per gli importatori come Cina e India. «L’erosione del dollaro come valuta di riferimento nel mercato globale degli idrocarburi», spiega il quotidiano catalano La Vanguardia «è da mesi al centro delle preoccupazioni strategiche di Washington». La Cina da un anno salda la bolletta petrolifera venezuelana con «yuan e criptovalute ancorate al dollaro, con depositi su conti cinesi per eludere i controlli finanziari occidentali».

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