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Crans Montana, svizzeri coda di paglia: insulti agli italiani

Attaccati Domenico Marocchi di "Uno Mattina" e Francesca Crimi di "Ore 14". Interviene il ministro Tajani: "I giornalisti siano liberi"
di Simone Di Meo mercoledì 7 gennaio 2026

3' di lettura

A Crans-Montana il copione si è capovolto. Non il mea culpa, non la riflessione severa su ciò che è accaduto nella notte di Capodanno, non la trasparenza dovuta quando si finisce al centro di una tragedia mondiale che ha ucciso decine di ragazzi, tra cui sei italiani. No. La risposta è un’altra: prendersela con chi racconta. E possibilmente con chi arriva dall’Italia. È accaduto prima alla troupe di “Ore 14”, poi a quella di “Uno Mattina News”.

Due episodi distinti, stessa atmosfera. Ostilità, intimidazioni. Nel primo caso, l’aggressione avviene nel pomeriggio, intorno alle 17.30, a temperature polari. «La giornalista Francesca Crimi era insieme a Marco Bonifacio quando una persona vicina ai proprietari di Le Constellation l’ha colpita con dell’acqua gelida», riferisce in una nota la trasmissione. «Si tratta di un atto vergognoso e vigliacco», è il commento netto del conduttore Milo Infante. Nel secondo episodio il livello sale. Non un gesto isolato, ma un’azione di gruppo.

Un assedio vero e proprio a un’auto della Rai davanti a uno dei locali riconducibili ai coniugi Moretti, proprietari del bar “Le Constellation”, oggi al centro dell’inchiesta. La scena si consuma davanti al ristorante a due piani Le vieux chalet, in quel momento chiuso. Domenico Marocchi racconta una dinamica che ha poco di improvvisato e molto di intimidatorio: «Siamo andati davanti a uno dei locali dei coniugi Moretti, che al momento sono indagati. Abbiamo solamente ripreso un cartello che diceva che il ristorante era chiuso». Fine. Nessuna domanda urlata, nessuna provocazione.

Poi l’arrivo dell’auto con musica rap ad altissimo volume, che li seguiva già da tempo. «Sono scese tre persone che hanno iniziato a intimidirci e insultarci, anche con insulti diretti a tutti gli italiani», spiega ancora Marocchi. Accento corso, cappucci calati, occhiali da sole nonostante fosse buio. Una scenografia studiata, non casuale. Quando sembrava finita, arrivano altri sette. Dieci in totale. «Hanno circondato la nostra auto e hanno iniziato a urlare. È arrivato uno spintone verso la nostra vettura, poi colpi agli specchietti». A quel punto l’unica via è stata la fuga.

E qui sta il punto politico e culturale della vicenda. A Crans-Montana non si assiste a una comunità che difende il proprio dolore, ma a un contesto che scarica la tensione sul bersaglio più facile: i giornalisti, non solo italiani peraltro. Come se raccontare significasse accusare. Come se indagare equivalesse a una colpa. Come se la nazionalità dell’inviato autorizzasse l’insulto, la minaccia, l’intimidazione. È una scorciatoia comoda: trasformare chi osserva in colpevole, spostare l’attenzione dal fatto alle telecamere, dalla tragedia alla narrazione della tragedia.

Non a caso tra gli aggressori vengono riconosciuti soggetti già protagonisti di episodi analoghi contro i reporter del tedesco Blick, che avevano denunciato l’accaduto poche ore prima. Segno che l’ostilità non nasce solo con la Rai, ma trova negli italiani un bersaglio più rumoroso, più spendibile, più facile da additare.

Le reazioni istituzionali italiane, a partire dal ministro Antonio Tajani fino all’intervento dell’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, servono a ristabilire un principio elementare: la stampa non si tocca. La richiesta di rafforzare la vigilanza nella zona non è un atto di sfiducia, ma una misura minima in un contesto che ha già dimostrato di poter degenerare. «Nel rispetto di ogni sensibilità, i giornalisti dovranno continuare a operare liberamente», ha scritto Tajani. «Il contesto di questa sciagura deve portarci a rispettare il dolore di tutti, ma in nessun modo deve permettere atti di violenza o intimidazione contro la stampa».

La solidarietà del sindacato Unirai e della stessa Rai completa il quadro, ma non chiude la ferita. L’azienda richiama «il diritto fondamentale dei giornalisti di poter svolgere il proprio lavoro in piena sicurezza, senza violenza o minaccia», ancora di più in «una vicenda che ha colpito duramente la comunità italiana e ha suscitato un profondo cordoglio nazionale». Qualcuno evidentemente ancora non l’ha capito.

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