A distanza di quasi una settimana dall’operazione condotta dall’esercito americano nella notte del 3 gennaio a Caracas, ieri dal Venezuela è arrivata la comunicazione del ministro degli Interni, Diosdado Cabello, secondo cui «finora – e sottolineo finora – ci sono cento morti e un numero simile di feriti» provocati dall’attacco statunitense. Un atto «terribile» che non avrebbe lasciato illesi nemmeno Nicolas Maduro e la consorte Cilia Flores. «Cilia – ha precisato Cabello – è stata ferita alla testa e ha ricevuto un colpo al corpo. Il compagno Nicolas è stato ferito a una gamba: fortunatamente si stanno riprendendo dalle ferite». Di una «macchia senza precedenti» nei rapporti con Washington ha parlato invece Delcy Rodriguez, presidente ad interim dello Stato sudamericano, salvo poi aggiungere che il Venezuela non rifiuta il dialogo internazionale e ricordare che il 27% delle esportazioni nazionali ha per destinazione gli Usa. E se Rodriguez ha insistito sul fatto che il governo punta sulla resistenza a ogni forma di pressione economica, l’azienda statale Pdvsa (Petróleos de Venezuela) ha confermato le trattative con gli Stati Uniti per la vendita di petrolio. Tanto che il presidente americano Donald Trump oggi incontrerà i dirigenti delle compagnie petrolifere statunitensi per definire l’accesso alle riserve del Venezuela.
A riguardo, il Wall Street Journal ha rivelato che l’amministrazione repubblicana sta pianificando un’iniziativa radicale per gestire l’industria petrolifera venezuelana allo scopo di contribuire alla diminuzione del prezzo del petrolio: l’obiettivo sono i 50 dollari al barile. Un dettaglio importante emerso sempre ieri è che il Venezuela ha interrotto le spedizioni di petrolio verso la Cina e fa affidamento esclusivo, per le esportazioni, sulla compagnia texana Chevron. Lo certificano i dati di tracciamento marittimo, che mostrano come solo le navi con licenza statunitense stiano ancora caricando greggio, mentre decine di petroliere restano ancorate senza una destinazione definita. Se da una parte i vertici venezuelani mostrano il pugno duro (l’ong Foro Penal riportava ieri la notizia di due fratelli, entrambi agricoltori, arrestati per aver festeggiato la caduta di Maduro), dall’altra c’è una Casa Bianca che guarda avanti, con lo stesso Trump che ha rilasciato alcune dichiarazioni al New York Times sull’impegno in Venezuela. Alla domanda dei giornalisti sulle effettive tempistiche, da tre mesi a più di un anno, Trump ha risposto: «Direi molto più a lungo». Nessuna indicazione precisa nemmeno sulle elezioni.
Il Senato americano ha invece approvato, con l’aiuto di cinque senatori repubblicani, la risoluzione per impedire a Trump di intraprendere ulteriori azioni militari contro il Venezuela senza l’autorizzazione del Congresso: una risoluzione che deve ora passare alla Camera (terreno più impervio) e sulla quale la Casa Bianca è comunque intenzionata a porre il veto, secondo l’agenzia Bloomberg. C’è invece un invito ufficiale a Washington rivolto al capo di Stato colombiano, Gustavo Petro. I due si sono sentiti telefonicamente in una conversazione definita «cordiale» da Trump, che aveva come tema centrale la lotta al narcotraffico, oltre a un confronto sulla situazione venezuelana.
Un passaggio distensivo dopo le minacce di possibili azioni militari statunitensi contro la Colombia, le accuse a Petro di favorire il traffico di droga e le precedenti sanzioni verso il presidente colombiano e altri funzionari di Bogotá. Nemmeno per il vertice ufficiale c’è una data precisa, ma il fatto che sia stato Trump a diffondere l’invito attraverso il suo account sul social Truth indicherebbe la volontà di riportare il sereno nei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Da Mosca sono giunte intanto nuove richieste per una cessazione immediata delle «azioni illegali» contro navi cargo e petroliere russe come la Marinera, sequestrata mercoledì dal comando europeo delle forze armate statunitensi nell’Atlantico settentrionale e che apparterrebbe, secondo il giornale indipendente Novaya Gazeta Europe, alla società Burevestmarin, di proprietà di Ilya Bugay, imprenditore russo originario della Crimea. Il britannico Guardian ha invece riferito che è stata avvistata mentre attraversava il Canale della Manica l’imbarcazione Tavia, altra petroliera riconducibile alla cosiddetta “flotta ombra” con cui il Cremlino tenta di aggirare le sanzioni internazionali.