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Stop agli atenei inglesi per i rampolli degli emiri

Il governo emiratino sospende i fondi: una scelta politica dettata dal timore che le nuove generazioni entrino in contatto con ambienti radicali molto attivi in alcune università britanniche
di Dario Mazzocchi sabato 10 gennaio 2026

3' di lettura

Non c’è come conoscere il nemico per combatterlo. Il governo degli Emirati Arabi Uniti ha sospeso i fondi destinati a finanziare gli studi dei propri studenti nelle università britanniche: le famiglie potranno continuare a mandarvi i figli, ma a proprie spese.

La ragione della scelta politica è dettata dal timore che le nuove generazioni entrino in contatto con ambienti radicali riconducibili ai Fratelli musulmani, molto attivi in alcuni atenei come il King’s College e la University College London (UCL). Ambienti che, secondo Abu Dhabi, godrebbero di una tutela indiretta da parte della cultura inclusiva diffusa nel mondo accademico britannico, dove persino docenti non allineati a rigide linee guida elaborate per la protezione di gruppi ritenuti sensibili per motivi religiosi o di orientamento sessuale rischiano di essere prima denunciati e poi emarginati.

Per valutare il peso della decisione basta considerare che tra il 2017 e il 2024 il numero di studenti emiratini nel Regno Unito è raddoppiato, raggiungendo quota 8.500. Il rischio che la futura classe dirigente nazionale venga infiltrata da frange islamiste radicali è ritenuto concreto: il vicino Qatar, che sostiene apertamente gruppi terroristici come Hamas attraverso generose elargizioni dei vertici statali, viene indicato come un esempio emblematico.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno invece condotto campagne di pressione sui partner internazionali affinché denunciassero la pericolosità di organizzazioni come i Fratelli musulmani. Nel Regno Unito, ai tempi del governo di David Cameron, nel 2014, si fecero promotori dell’apertura di una commissione d’inchiesta sulla questione. Nella relazione finale, redatta da Sir John Jenkins, ex ambasciatore di Sua Maestà in Arabia Saudita, si riconosceva che il movimento era in contrasto con i valori britannici, pur in assenza di prove sufficienti per metterlo formalmente al bando.

Il risultato di questo lassismo, diffuso nel panorama europeo, è che oggi i Fratelli Musulmani si sono radicati in diversi campus universitari d’Oltremanica, soprattutto in aree ad alta densità di popolazione musulmana (Manchester e dintorni, Leeds e Birmingham, per citarne alcune) sfruttando le organizzazioni studentesche per invitare relatori islamisti a tenere conferenze in cui si strizza l’occhio all’estremismo.

Il tutto con il beneplacito degli ambienti accademici, culturali e politici. Per pura coincidenza (?), sono le stesse aree in cui per anni le autorità locali hanno distolto lo sguardo dalle denunce di abusi sessuali perpetrati all’interno di alcune comunità islamiche ai danni di decine di ragazze inglesi, nel timore di essere accusate di razzismo.

In compenso, la polizia di Birmingham — giusto per la cronaca — non si è fatta scrupoli nell’impedire ai tifosi israeliani di assistere alla partita di Europa League tra Aston Villa e Maccabi Tel Aviv di martedì scorso, con l’obiettivo di placare i manifestanti pro-Pal già sul piede di guerra.

Il fianco è scoperto, il buonismo prevale. Sperare che la decisione degli Emirati possa insegnare qualcosa al ventre molle della società occidentale è, a tutti gli effetti, quello che nel Regno Unito definiscono wishful thinking, un pio desiderio. Voleranno accuse di razzismo e intolleranza, mentre il nemico continuerà a essere custodito in casa. Tenetevelo: questo il messaggio implicito di chi lo conosce bene.

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