Dal "Leone che sorge" al "Leone che ruggisce". L'operazione israeliana contro l'Iran cambia il nome, dalla guerra dei 12 giorni di giugno scorso all'offensiva militare di oggi, 28 febbraio, in tandem con gli Stati Uniti. Ma l'obiettivo di Donald Trump e Bibi Netanyahu è lo stesso: il regime change, rovesciare il regime di Ali Khamenei e degli Ayatollah. Lo hanno ammesso sia il presidente americano sia il premier israeliano, nei loro discorsi post-attacco. E fuori dai denti, lo chiarisce anche Reza Pahlavi, il figlio dello Scià deposto dalla Rivoluzione islamica.
"Siamo molto vicini alla vittoria finale. Spero di essere con voi il prima possibile, così che insieme possiamo riconquistare l'Iran e ricostruirlo", scrive su X Reza Pahlavi, che da mesi molti in Occidente indicano come possibile nuovo leader "moderato" dell'Iran dopo la caduta dei Pasdaran.
"L'assistenza che il presidente degli Stati Uniti aveva promesso al coraggioso popolo iraniano è ora arrivata. Si tratta di un intervento umanitario e il suo obiettivo è la Repubblica Islamica, il suo apparato repressivo e la sua macchina di morte, non il Paese e la grande nazione iraniana.Tuttavia, nonostante l'arrivo di questi aiuti, la vittoria finale sarà comunque nostra. Siamo noi, il popolo iraniano, che porteremo a termine questo compito in questa battaglia finale. Il momento di tornare in piazza si avvicina", aggiunge.
"Ora che la Repubblica Islamica sta crollando - sottolinea -, il mio messaggio all'esercito, alle forze dell'ordine e alle forze di sicurezza del Paese è chiaro: avete giurato di proteggere l'Iran e la nazione iraniana, non la Repubblica Islamica e i suoi leader. Il vostro dovere è difendere il popolo, non difendere un regime che ha preso in ostaggio la nostra patria attraverso la repressione e la criminalità. Unitevi alla nazione e contribuite a garantire una transizione stabile e sicura. Altrimenti, affonderete insieme alla nave di Khamenei e al suo regime in rovina".