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Iran, "la scelta di Israele": Ottolenghi, cosa c'è dietro l'eliminazione di Khamenei

di Daniel Mosseri lunedì 2 marzo 2026

3' di lettura

La guerra è appena iniziata e il suo esito è incerto. Anche questa nuova fase del conflitto tra l’Iran da una parte, gli Stati Uniti e Israele dall’altra, segue però alcune logiche e traiettorie. Ce le spiega Emanuele Ottolenghi, primo ricercatore senior del Center for Researching Terror Financing.

Perché Israele ha attaccato per primo? 
«Ha attaccato per primo solo di pochi minuti. Si tratta con evidenza di un piano coordinato, con una divisione delle funzioni e delle mansioni, non davvero un piano israeliano a cui gli Usa si siano aggregati. In questa prima fase gli americani stanno concentrandosi sulla neutralizzazione delle difese antiaeree e navali dell’Iran e sulla distruzione delle basi e rampe missilistiche, mentre Israele sta prendendo di mira la leadership del regime iraniano. La Repubblica islamica è stata attaccata perché resta una minaccia alla stabilità della regione e perché il suo regime ha dimostrato di essere pronto a tutti pur di non lasciare il potere. I 40mila civili uccisi a gennaio lo dimostrano».
Teheran ha lanciato missili su tutta la regione: il sistema offensivo iraniano tiene? 
«Bisogna vedere con che efficacia lo fanno. Anche l’intensità degli attacchi è molto minore di quella osservata durante la guerra dei Dodici giorni, quando, non dimentichiamo, la capacità difesa dell’Iran era già stata molto degradata».
La marina degli ayatollah è forte? 
«No, ma sa condurre una guerra asimmetrica con lance superveloci che possono creare grattacapi alle navi americane, a tutto il traffico commerciale e bloccare lo Stretto di Hormuz. Per gli Usa ora è fondamentale ripristinare la sicurezza marittima e il controllo dei cieli».
Dobbiamo correre a fare il pieno? 
«I missili sui Paesi del Golfo indicano che gli iraniani vorrebbero trascinare nel conflitto tutta questa regione che copre il 20% del fabbisogno energetico mondiale. Se ci riuscissero ci sarebbero delle conseguenze ma in queste settimane sta tornando in circolazione il petrolio venezuelano, il cui flusso era molto ridotto in passato. Non siamo nel 1973».
Ci sarà poi una seconda fase? 
«Ci sarà lo smantellamento sistematico dell’infrastruttura nucleare e militare dell’Iran».
Usando ancora “la madre di tutte le bombe”? 
«In questi mesi gli iraniani hanno potenziato le difese delle strutture nucleari. E lo scorso giugno nessuno ha colpito l’installazione nucleare della zona montuosa chiamata Pickaxe Mountain e dove si sospetta sia condotta attività nucleare clandestina. È dunque possibile che in una fase successiva del conflitto tornino in azione i B2 americani e le bombe ad alta penetrazione da 31mila tonnellate».
Da che parte sta l’Arabia Saudita? 
«I Paesi arabi hanno messo da parte le loro differenze, sono allineati con gli Usa. Persino il Qatar ha preso posizioni nette contro l’Iran».
Vogliono che il regime collassi? 
«Questa è una prospettiva che inquieta sauditi e turchi, che preferirebbero un Iran intero ma indebolito».
Netanyahu e Israele cosa ci guadagnano? 
«La partita aperta il 7 ottobre 2023 non è ancora chiusa e le ultime operazioni israeliane in Iran e in Libano dimostrano una volta ancora la superiorità dell’intelligence israeliana. La minaccia iraniana è sempre lì ma questa volta il governo di Israele ha la possibilità di colpire la piovra alla testa».

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