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Iran, ecco perché la crisi fa tremare la Cina

Crescita in calo per l’economia di Pechino. Numeri così bassi, se si esclude la parentesi del Covid, non si vedevano da 30 anni
di Fabio Dragoni venerdì 6 marzo 2026

3' di lettura

Crescita in calo per l’economia cinese. Numeri così bassi, se si esclude la parentesi del Covid, non si vedevano da 30 anni. Giusto per darvi un’idea, stiamo comunque parlando di una crescita che nel 2026 si assesterebbe fra il 4,5% ed il 5%. Faremmo carte false alle nostre latitudini per raggiungere risultati del genere. Parlare di crisi dell’economia cinese sulla base di questi numeri è quindi una sciocchezza ciclopica. Ma vale la pena riflettere su altro. Ed il modo migliore per inquadrare lo sviluppo dell’economia del Dragone in questo primo quarto di secolo è dimenticarsi delle percentuali per guardare invece a tre numeri duri e crudi.
Primo numero: la produzione di energia elettrica.

Nel 2000, anno di ingresso di Pechino nel WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), Cina e Stati Uniti producevano la stessa quantità di energia elettrica in un anno: vale a dire circa 4.200 miliardi di KWh. Nel 2024 il dato degli USA sempre quello è, ovvero 4.400 miliardi. Mentre la Cina di KWh ne produce oltre 10.000 miliardi. Secondo numero: quasi il 60% di questa elettricità arriva dal carbone. Terzo numero: il reddito pro capite cinese era di 4.000 dollari nel 2000 ed oggi sta a 24.000. Nel 2000 era 50.000 dollari sotto quello americano. E nel 2024? Sempre 50.000 sotto. Anzi qualcosa in più. Insomma un Paese cresciuto e tanto. Ma il divario con gli USA rimane. Che l’economia cinese cresca di meno è quindi normale. Tutte le economie man mano che diventano mature registrano tassi di crescita più bassi. Il tema è che l’attuale crisi del Golfo sta facendo suonare l’allarme rosso dalle parti di Pechino. Altro che percentuali in calo.

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A Sinopec e PetroChina è stato ordinato di interrompere le esportazioni di gasolio e benzina. Ripeto interrompere le esportazioni. La crisi iraniana smette di essere una storia mediorientale. Pechino ha fatto due conti in croce: rimangono scorte per dieci giorni. E se in una settimana lo stretto di Hormuz non tornasse ad essere navigabile, il Dragone sarebbe a secco di petrolio. Metà delle importazioni di greggio passano dallo stretto. Il 30% del gas liquido che arriva in Cina passa da Hormuz. Per l’economia europea il problema sarebbe il prezzo a cui ricevere il petrolio ed il gas. La Cina invece non avrebbe proprio quel petrolio e quel gas. Ed in tal caso l’impatto sull’economia sarebbe si devastante. Altro che crescita in calo.

La Cina è insomma costretta a sperare che The Donald risolva - e subito - il problema. È notizia di ieri che i Lloyd’s hanno preso sul serio la minaccia di Trump di sostituire le assicurazioni che a Londra non vogliono più fare facendo intervenire il governo di Washington. Soluzione non semplicissima perché Trump avrebbe bisogno di un via libera da parte di camera e senato secondo alcuni analisti. Ma la minaccia sembra indurre gli assicuratori londinesi a discutere un piano di ripristino dell’attività. E Pechino tirerebbe un sospiro di sollievo. Però subito dopo la Cina dovrebbe riflettere sul fatto che quello stretto sarebbe di fatto finito sotto il controllo americano.

Per la prima volta Xi Jin Ping si trova quindi a giocare in difesa. Il 2 gennaio i suoi emissari volano in Venezuela a ridiscutere qualcosa come oltre 600 accordi commerciali con Maduro. Il giorno dopo quel dittatore non c’era già più perché trasportato in America dai Delta Force. Ed ora questa sorta di sottomissione si ripete. Ecco che a questo punto il prossimo vertice fra Cina ed Usa - che dovrebbe tenersi nei primi giorni di aprile assumerà una valenza storica. Trump ci arriverà da posizioni di forza e con ogni probabilità sarà in quella sede che si deciderà come dovrà morire la Repubblica Islamica di Teheran. E chi subentrerà al suo posto. La Cina non potrà sottrarsi ad un accordo. E non sarà in una posizione di forza.

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