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Petrolio, gas e Cina: perché la crisi energetica non c'è (per ora)

di Fabio Dragoni sabato 7 marzo 2026

7' di lettura

Con l’attacco di Stati Uniti ed Israele ai danni dell’Iran sono tornate di moda espressioni quali “crisi energetica” o “shock petrolifero”. Hanno senso? Proviamo a metterla giù semplice. Facciamoci delle domande e diamoci delle risposte, come direbbe Marzullo.
1. Siamo in presenza di uno shock? Tecnicamente si è presenza di uno shock quando l’offerta di un bene (tipo appunto il petrolio) si riduce drasticamente a parità di domanda. Non è questo il caso.
Le infrastrutture produttive dell’Iran non sono state di fatto colpite. 2. Dopo l’invasione russa in Ucraina abbiamo avuto uno shock? Sì perché molti paesi dell’Ue hanno smesso di acquistare petrolio e soprattutto gas dalla Russia. La decisione è stata resa ancora più grave da un’operazione di massiva manutenzione di molte centrali atomiche francesi e quindi terminata con l’esplosione del gasdotto Northstream che collega Russia e Germania. Dimenticavo, pure la Germania ha chiuso le sue centrali nucleari. Insomma non ci siamo fatti mancare nulla. Guerra e follie green hanno ridotto drasticamente l’offerta di energia. Ricordate le bollette da mille euro, no? 3. Come è fatta una crisi energetica? Nel 2022 il prezzo a termine (ad un anno) dell’energia elettrica in Germania è arrivato a 1.000 euro a MWh. Oggi nel pieno della crisi siamo sotto i 90. 4. Perché allora il prezzo del petrolio e del gas salgono? Perché siamo in presenza di una strozzatura logistica. L’Iran minaccia di colpire le navi con petrolio e gas a bordo che attraversano lo stretto di Hormuz. Da qui si entra e si esce dal Golfo. 5. Può la strozzatura indurre ad una diminuzione dell’offerta? Purtroppo il rischio c’è. Il Kuwait ha già annunciato una riduzione della produzione. Se non arrivano le petroliere a caricare il petrolio non saprebbe dove stiparlo una volta estratto. Il Golfo (e le navi che stazionano) sta diventando una sorta di immenso deposito galleggiante e decentralizzato.

6. Qualcuno nel Golfo punta a ridurre la produzione volontariamente innescando un’ulteriore impennata inflazionistica? Il Qatar mostra segni di ambiguità. Sta dichiarando l’impossibilità a causa di “forza maggiore” per interrompere le forniture di gas liquido. In parte è un atto dovuto per tutelarsi contrattualmente dai disservizi. Ma i critici dicono che lo sta facendo in maniera strumentale per innescare un ulteriore corsa al rialzo dei prezzi. Non a caso, fra tutti i Paesi del Golfo, il Qatar è sempre stato quello più “sensibile” alle istanze di Teheran. 7. Gli Stati Uniti vogliono il petrolio di Teheran? Gli Stati Uniti sono il maggior produttore di petrolio al mondo dal 1900 ad oggi tranne gli anni che vanno dal 1990 al 2017. Sono autosufficienti. 8. Quindi non hanno interesse alcuno al petrolio? L’interesse economico, o geostrategico come va di moda dire oggi, c’è eccome. Il 90% del petrolio che Teheran esporta va in Cina. Mettere “in riga” Venezuela e Iran rafforza Washington nella sua contesa con Pechino. Quest’ultima domina nella fornitura dei minerali. Gli Usa vogliono provare ad “assetare” la Cina acquisendo una posizione di forza. 9. Teheran sta bombardando chi passa dallo stretto? No, perché non passa nessuno da Hormuz. 10. È in grado di farlo? Dopo sette giorni di guerra non ha più una marina militare (già scarsa di suo), non controlla più il cielo (tanto che gli Usa sorvolano con “vecchi” B-52 teoricamente intercettabili dai radar) e si trova a non essere quasi più in condizione di lanciare missili e droni, le cui capacità di lancio sono rispettivamente scese in misura pari al 90% ed al 70% circa secondo molte stime.

11. Hanno finito missili e droni? Più probabile che siano state distrutte, e continuano tuttora ad essere bombardate, le infrastrutture di lancio. Senza queste “fionde” è come non avere le munizioni anche se sono stipate nei bunker. 12. I droni Shahen costano poco e possono essere trasportati su un pick up e da qui decollare? Vero. Ma la letalità del drone sta nel fatto che ne lanci 100 e tu sei costretto a saturare costose contraerei per intercettarli tutti. E statisticamente non ci riesci al 100%. Senza il lancio massiccio dei droni la loro letalità diminuisce. Sono pericolosi se sono tanti. Tipo i piranha. 13. Quindi il regime è alle corde? Militarmente sì. Ed è stato decapitato ai massimi vertici. Ma l’apparato di repressione interno fatto dalle guardie della rivoluzione che combattono e sottomettono il popolo sta ancora lì. Magari demotivato o impaurito. 14. Quindi i mercati non sembrano credere alla possibilità che Teheran possa chiudere lo Stretto a lungo? Premesso che non c’è una porta con un lucchetto, è questo il sentimento della maggior parte degli operatori. Ovviamente più la situazione di blocco si protrae, più le aspettative potrebbero diventare pessimistiche. 15. E allora perché le petroliere non passano dallo stretto? Perché i Lloyd’s che assicurano dai danni contro il rischio di guerra hanno cancellato la copertura. Senza assicurazione le navi non passano. In pratica è come se lo stretto lo avesse chiuso Londra. Ecco la strozzatura logistica che si riflette sui prezzi. 

16. Come ha reagito Trump alla decisione dei Lloyd’s? Ha annunciato che fornirà una copertura assicurativa sostitutiva attraverso una sua agenzia governativa, Development Finance Corporation, cui potrebbe aggiungere la scorta armata delle navi in transito. 17. La sua minaccia è credibile? Politicamente si. Sui numeri alcuni analisti sono più scettici. Secondo Gianclaudio Torlizzi l’entità dei rischi da assicurare è tale (si parla di quasi 400 miliardi in totale) da costringere Trump a chiedere al Congresso e al Senato un allargamento della capacità operativa di Dfc attualmente pari alla metà. Insomma tempi non immediatissimi. 18. I Lloyd’s lasceranno il mercato? Ovviamente no. E infatti mostrano segni di apertura a riprendere l’attività. Vorranno chiaramente avere certezza che Teheran è innocua come gli Usa dicono. 19. Dove vanno le navi che escono dallo stretto? L’80% di queste in Asia. Dirette soprattutto in India e Cina. Il 50% del petrolio ed il 30% del Gnl che Pechino importa passa dallo Stretto.
20. Che differenza c’è fra Cina ed Europa in questo momento? Che tecnicamente il petrolio del Golfo può ugualmente arrivare nel Mediterraneo, anche se più a fatica, attraverso l’istmo di Suez.
Esistono oleodotti che canalizzano il petrolio da est (Golfo Persico) ad ovest (Mar Rosso).

Invece la Cina avrebbe un problema serio proprio ad ottenere il petrolio. In pratica il prezzo aumenta per tutti, mala Cina avrebbe difficoltà proprio ad avere il petrolio che le serve. 21. Perché gli operatori sono più preoccupati del petrolio invece che del gas? Al momento il petrolio preoccupa più del gas perché stiamo entrando in primavera e la domanda di gas non è al massimo stagionale. Chiaro che fra qualche mese si dovrà stoccare il gas che serve per l’inverno e non potremo permetterci uno stretto chiuso a lungo. Quanto al petrolio siamo intorno a 90 dollari rispetto ai 60-65 di qualche settimana fa. Con lo scoppio della guerra in Ucraina siamo arrivati a 120. Del petrolio c’è bisogno sempre e la Cina ha sete di petrolio. 22. Le quotazioni del gas? Siamo a 50 euro a MWh. Ai tempi dell’invasione in Ucraina siamo arrivati anche a 350. 23. Possono esserci ricadute su altri comparti tipo quello alimentare? Sì perché il gas è una materia prima essenziale per i fertilizzanti. E gli aumenti a catena si ripercuotono anche sul cibo. 24. Oltre a Gnl e petrolio ci sono altre materie prime interessate dalla chiusura dello stretto? Il carbone di fatto no. Le quotazioni si attestano intorno a 130 contro gli oltre 400 registrati al momento dello scoppio della crisi ucraina. Gli analisti sono concordi. Se lo shock riguarda simultaneamente le prime tre fonti fossili contemporaneamente (carbone, petrolio e gas), ecco che questa è una seria crisi energetica. E nel 2022 tale era la situazione aggravata dalla chiusura per manutenzione di cinque reattori nucleari francesi. Al momento questa tempesta perfetta non c’è.

25. L’Italia avrebbe interesse a far marciare le centrali a carbone? Altroché. Sarebbe una soluzione di emergenza che secondo alcuni esperti potrebbe tranquillamente consentire di produrre almeno 30 miliardi di KWh in più. Il 10% del nostro fabbisogno. Sarebbe una ruota di scorta che ci consentirebbe di guardare alla situazione con maggiore tranquillità. 26. La Cina è presente sul Golfo? In queste ore sì. E con missioni diplomatiche ai massimi livelli con funzionari iracheni. L’obiettivo è riaprire quanto prima lo stretto. Ed è fondamentale che a riaprirlo sia soprattutto Pechino. Perché se il protagonista della riapertura fosse Trump, la Cina certificherebbe una situazione in cui lo stretto è ora controllato dagli Usa. Dalla padella alla brace. 27. Gli Stati Uniti visto che sono autosufficienti possono permettersi di vedere lo stretto chiuso? No. Perché il prezzo del petrolio salirebbe per tutti. A partire dalla benzina. E quest’anno negli Stati Uniti si vota. Siamo in un anno elettorale. Il modo migliore per Trump di perdere le midterm è quello di arrivarci col prezzo alla pompa alle stelle. 28. Perché è importante il prossimo vertice Cina Usa? Si terrà ad aprile. Sarà uno scontro fra potenze. Ma più probabilmente concorderanno una tregua sui tanti contenziosi in essere. Probabilmente decideranno chi sarà a governare l’Iran nel prossimo futuro.

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