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L’intelligenza artificiale cambia i conflitti

L'attacco nello Stretto di Hormuz, letto nella sua interezza, rivela una regia bellica, mediatica ma anche "algoritmica"
di Fabio Dragoni giovedì 12 marzo 2026

3' di lettura

L’altro ieri la Casa Bianca ha reso noto sui social di essere in possesso di informazioni di intelligence secondo cui gli iraniani stavano posando mine sui fondali del canale di Hormuz. Danni in arrivo alle imbarcazioni in transito. E dopo pochi minuti il Comando Centrale dell’esercito ha pubblicato un video in cui si riportavano multipli attacchi contro imbarcazioni del regime di Teheran, “incluse 16 posa mine” attraccate lungo lo stretto di Hormuz. Alcune di dimensioni decisamente ridotte.

Poco più grandi di un grosso motoscafo. Un episodio che letto nella sua interezza rivela una regia bellica, mediatica ma anche “algoritmica”. L’episodio ci è stato dato in pasto quasi in tempo reale. O meglio in differita, ma di pochi minuti. Quando cioè il Pentagono ha reso note le proprie informazioni non ha semplicemente magnificato le sue capacità di intelligence, ma ha in qualche modo preparato il pubblico alla comprensione e successiva “contestualizzazione” delle immagini che avrebbe reso note di lì a pochi minuti. Grande prova di efficienza per i supporter di Washington. Consumata propaganda per gli antiamericani.

Ma al netto delle diverse sensibilità, l’utilizzo massiccio dell’Intelligenza Artificiale è la vera novità di questo conflitto. Ed in questo Stati Uniti ed Israele stanno ovviamente dimostrando una superiorità soverchiante. L’efficacia dello strumento è stata ovviamente amplificata da un’accurata preparazione fatta non in settimane ma anni. Da almeno l’8 ottobre 2023 per quanto riguarda Israele.

La presenza di spie sul territorio è ovviamente necessaria. La presenza di un vasto ed operativo complesso militare nei paraggi è essenziale. Ma una volta soddisfatti questi prerequisiti, ecco che l’AI può veramente cambiare ed accelerare in un senso o in un altro la sorte del conflitto sul campo.

L’utilizzo dell’AI comprime in maniera estrema la kill chain. Termine orribile per definire la filiera che va dal rilevamento dell’obiettivo, alla successiva analisi delle informazioni rilevanti, alla conseguente approvazione da parte di chi ha il potere di autorizzare l’attacco per poi finire al lancio dell’arma. Tutto avviene in poche ore.

L’AI consente di identificare i target e dare priorità alla loro rilevanza. Questo ha reso possibile colpire oltre tremila obiettivi sensibili in pochi giorni. L’analisi delle informazioni avviene in pochi secondi. Il che non può non lasciare spazio ad inquietudini sull’esito finale dell’azione visto che è in ballo la vita di civili inermi. Si pensi alla scuola femminile colpita e la cui responsabilità viene da molti media americani attribuita all’esercito USA. Sempre in tempo reale gli strumenti mettono a disposizione dei militari scenari possibili in termini di conseguenze unitamente ad immagini ed argomenti utilizzabili ai fini di propaganda. Tutto questo porta con sé delle conseguenze. Secondo il Wall Street Journal, fatta 100 la capacità di analisi dell’AI di tutte le informazioni in suo possesso in un dato lasso temporale, l’uomo più esperto può arrivare a 4.

Ed oltre il 90% dell’esercito opera infatti con ruolo di supporto anziché sul campo. Tendenza già vista con i droni che sostituiscono i caccia guidati da piloti. Magari muoiono meno soldati. Ma lo stesso non vale per i civili. Si crea una saldatura fra il potere del Pentagono e la cosiddetta Silicon Valley. Ma sarebbe più logico parlare di Sun Belt visto che molti giganti del software si trasferiscono in Texas. Un matrimonio di affari che porta con sé conseguenze sul piano economico.

I data center utilizzati dall’AI hanno fame e sete di energia. Devono produrne sul posto per poi consumarla. Serve una piccola centrale on site; in pratica il motore di un aereo. L’energia prodotta sul posto costa secondo gli esperti il doppio di quella ottenibile in rete che però non esiste in quantità sufficiente. Serve corrente prodotta alla vecchia maniera. E sempre ieri Trump magnificava infatti sui suoi social la notizia dell’imminente apertura di una raffineria di petrolio in Brownsville nel Texas. La “più pulita” affermava il tycoon. Costruita in partnership con gli indiani. Dall’intelligenza artificiale di ultimissima generazione alla benzina in raffineria. L’utilizzo dell’AI ha bisogno di fossile altro che pale eoliche.

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