Il regime degli ayatollah ha dimostrato solo qualche mese fa tutta la sua natura feroce assassinando (prima con i fucili oggi con la forca) decine di migliaia di giovani che chiedevano la libertà, e intanto ha continuato i tentativi di dotarsi di una bomba atomica, ha costruito missili con una gittata di 4000 chilometri, finanziato gruppi terroristici in Palestina, Libano, Irak e Yemen, espone in piazza un orologio che calcola quanti mesi di sopravvivenza ha ancora Israele. Si poteva lasciare andare avanti questi atti e preparativi? O, magari, si poteva fermarli con una serrata trattativa? Si è tentata questa via. Ma non si è riusciti a raggiungere l’obiettivo. Washington e Gerusalemme potevano impegnarsi in un intervento militare in Iran in modo meno unilaterale e con maggiore consultazione degli alleati? Forse sì, ma comunque non mi pare che si potesse consentire a un regime omicida di sconvolgere anche con una bomba atomica tutti gli equilibri di un’area vitale per il mondo.
La reazione dello Stato terrorista oggi al potere (contro la volontà popolare) a Teheran ha dimostrato, poi, nella guerra in corso, ancora più esplicitamente la sua natura fanatica e apocalittica, attaccando le nazioni arabe del Golfo colpevoli di non essere antiamericane e cercando di prendere come ostaggio l’economia mondiale. Mentre è corretto criticare certi unilateralismi americani e certe mancanza di rispetto verso gli alleati, bisogna però non perdere di vista la questione centrale della situazione internazionale: il ruolo disgregatore dell’ordine globale svolta da quel fondamentalismo islamico che è stato costruito da Ruhollah Khomeini, e il fatto che oggi è possibile dare un colpo decisivo a questa trama fanatico-assassina. E dunque, mentre sono legittime le critiche a comportamenti, scomposti verso gli alleati, di Washington, non si può però perdere di vista la questione essenziale: la possibilità di creare un ordine nuovo in Medio oriente.
Di questo ci parlano le posizioni di sauditi, emiratini, siriani, egiziani, giordani sostenuti da gran parte del mondo islamico: dal Marocco all’Indonesia. E, nonostante alcune ambiguità, anche Turchia e Pakistan sono distanti dalla follia apocalittica dei seguaci degli ayatollah. Mentre è comprensibile una certa irritazione verso alleati fondamentali come gli americani che trattano con poco rispetto (anche delle regole stabilite nella gestione degli impianti militari), i loro partner, non è ben spiegabile l’inerzia politica dell’Unione europea e dei suoi Stati membri.
Perché si lascia solo Volodymyr Zelensky a discutere con gli Stati del Golfo sui loro sistemi di difesa? Perché non si raccoglie l’appello del Kuwait che ha messo a disposizione la sua flotta (piccola ma efficace) per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso? Perché non si inviano delegazioni europee in Beirut dove il governo ha espulso l’ambasciatore iraniano perché finanziava Hezbollah? Perché non si riflette sul fatto che Cina e Russia, pur critici verso molte mosse del regime iraniano pericolose per l’economia globale con gravi conseguenze generali, forniscono un’assistenza strategica a Teheran per infliggere un colpo decisivo alle alleanze occidentali, mentre la sacrosanta riserva su certi comportamenti unilaterali americani, diventa per tante grandi democrazie europee una scusa per deresponsabilizzarsi, perdendo l’occasione di un’alleanza storica con la grande maggioranza del mondo islamico che rifiuta gli obiettivi fanatico-apocalittici del regime che oggi domina su quella che fu l’antica Persia? Perché?