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Paolo Zampolli? Le modelle, i golf e Trump: i segreti dell'uomo che inguaia Conte

di Costanza Cavalli giovedì 2 aprile 2026

5' di lettura

Il giorno del suo 79esimo compleanno, il 14 giugno, Donald Trump ha alzato il telefono per rispondere a Michael Scherer, giornalista della rivista The Atlantic. Il 13 giugno era iniziata l’offensiva israeliana contro le infrastrutture nucleari iraniane. Sin dal primo giorno, gli Stati Uniti avevano difeso Israele da missili e droni di Teheran, ma sarebbero entrati direttamente nel conflitto a partire dal nono giorno di guerra, bombardando tre siti nucleari iraniani. Il cessate il fuoco sarà stipulato tre giorni più tardi. «Signor presidente – ha fatto notare Scherer – molti commentatori si sono espressi contro il sostegno americano a Gerusalemme. Dicono che un anatema contro filosofia “America First”». «Beh, Mike, considerando che sono stato io a coniare “America First”, e considerando che il termine non veniva usato prima del mio arrivo, penso di essere io a decidere che cosa significa», ha detto Trump.

Immediatamente è stato fatto notare che Trump non ha coniato il termine, che risale a metà dell’Ottocento. Ma è interessante che il presidente applichi ai concetti la medesima tecnica che utilizza per i suoi edifici: scriverci sopra, a caratteri cubitali, il suo nome. A dire che niente gli importa di chi è venuto prima e ben poco di chi seguirà, in un paradossale presentismo sempiterno. Ed è per questo, e non perché il commander-in-chief esprime opinioni contraddittorie pressoché su qualsiasi argomento, che è impossibile definire il trumpismo. Politologi, editorialisti, analisti hanno inutilmente cercato di definire che cosa rappresenti e da dove venga questo outsider «stanco della politica», quale schieramento incarni, che filoni storici abbia ripreso, se sia figlio di Jackson o di Wilson, se debba di più al New Deal o alla rivoluzione reaganiana, di quale scuola di pensiero faccia parte.

E tra poco più di tre anni e mezzo, Trump se ne andrà da Washington senza trumpisti dietro di lui. Ma se la sua visione politica non lascerà delfini, la sua scuola di business ha iscritti dappertutto. I più bravi, e di conseguenza i più ricchi, se ne stanno in Florida, a Mar-a-Lago, ed esportano “l’arte di fare accordi” in giro per il mondo. È qui, infatti, che troviamo Paolo Zampolli quando non è a New York, nella sua casa a Gramercy Park, decorata con opere di Canaletto, de Chirico e Picasso; o non è a Roma in qualità di “Special Envoy of the President Trump for global partnerships” a condividere una colazione «very easy» a base di pesce con Giuseppe Conte, il leader del Movimento 5 Stelle e «amico del Presidente Trump, tanto che lo chiama Giuseppi», ha assicurato Zampolli.

Figlio dell’industriale milanese Giovanni Zampolli (Harbert Giocattoli) e nipote, ha raccontato, di una nonna che «lontana cugina di Papa Paolo VI», Paolo Zampolli, 55 anni, arrivò a New York a metà degli anni Novanta e fondò un’agenzia di modelle, la Id Model Management, entrando nello stesso settore in cui operava la Trump Model Agency, di cui era titolare il futuro presidente. Il motivo per cui è «sempre a portata di foto coi Trump», come ha scritto il Times, sono i tre decenni di amicizia, consolidata dalla galeotta festa che organizzò al Kit Kat Club del 1998 in cui presentò al tycoon Melania Knauss, modella che la sua agenzia aveva scritturato e futura First Lady. Dopodiché The Donald gli offrirà di entrare nel mondo degli affari immobiliari, Zampolli sarà ospite al suo matrimonio e fonderà lo studio Paramount Group («Ciao, Paolo! Il sensale di Donald passa dalle pin-up agli attici», titolò l’Observer), una società che utilizzava anche modelle come agenti immobiliari. All’epoca spiegò il motivo alla Cnbc: «Le donne bellissime incontrano le persone più ricche e potenti del mondo e, con alcune, mantengono questi contatti».

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Già nominato al consiglio di amministrazione del Kennedy Center alla fine del primo mandato Trump (ne è membro tutt’ora e vorrebbe che il centro lanciasse opere d’arte nello spazio con l’aiuto di Elon Musk, ospitasse sfilate di moda e aprisse un porto turistico sul Potomac e un ristorante Cipriani), l’imprenditore fa parte anche del Board of Peace, dove collabora con Gianni Infantino sui progetti della Fifa a Gaza.

Fautore e frequentatore dell’epoca d’oro della New York di fine Novecento, una decina di giorni fa Zampolli è finito sul New York Times per due questioni. Pensando di poter più facilmente prevalere nella disputa di affidamento di suo figlio, si legge sul Nyt, lo scorso giugno l’italo-americano si sarebbe rivolto ad un funzionario dell’Ice per fare espellere la brasiliana Amanda Ungaro, sua ex e madre del ragazzo, arrestata per frode e detenuta a causa del visto scaduto. L’imprenditore ha respinto l’accusa dichiarando che «la notizia riportata dal Nyt non è accurata. Ho chiesto solo aggiornamenti sul caso perché ero preoccupato per mio figlio». Nello stesso articolo si citano anche gli Epstein Files: nei documenti relativi al finanziere il nome di Zampolli compare più volte. In un’e-mail del 2011, Epstein avvertì un uomo d’affari emiratino: «Stai attento, Zampolli è un problema. Vende storie alla stampa». «Almeno io sono stato incluso, perché se non sei nella lista sei un perdente, giusto?», è stata la risposta data al quotidiano, aggiungendo di non aver avuto un rapporto stretto con Epstein.

Zampolli non ha preso nessuna misura contro il Nyt, mentre due giorni fa ha reagito con una querela per diffamazione aggravata nei confronti del cantante Fedez e dello youtuber Mr. Marra per i contenuti di un post su Instagram («Definito “killer” negli Epstein files, ora accusato di aver fatto deportare la ex, eppure resta intoccabile», è scritto) e della puntata del loro Pulp podcast dedicata agli Epstein files. La richiesta è un risarcimento «non inferiore a 5 milioni di euro». I legali del rapper hanno parlato di «diritto di cronaca».

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Solitamente Zampolli preferisce soffermarsi su questioni relative a business specifici e partnership commerciali e tecnologiche: ha parlato di consorzi per l’industria alimentare italiana, di un investimento della Pirelli di pneumatici “smart”, della radaristica per il sistema “Golden Dome” e di una collaborazione per il caccia di sesta generazione in cui entrerebbe in gioco Leonardo, dell’occasione di Fincantieri nel potenziamento della cantieristica navale americana. Di scuola trumpiana, quindi, Zampolli ha detto di sé di essere sempre stato bravo «a mettere in contatto le persone e a far accadere le cose». Il contatto con Conte c’è ma le cose, dopo il capitombolo politico del due volte presidente nel Consiglio, potrebbero non accadere.

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