La notizia era stata riportata da Politico un paio di giorni fa: «La Francia sta offrendo consulenza al Bahrein su una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che autorizzerebbe l’uso della forza per riaprire lo Stretto di Hormuz». Il punto è che l’articolo non chiariva la natura di questa consulenza.
Solo ieri, durante la discussione a New York, è emerso che i francesi, legati da tempo all’emirato da rapporti di cooperazione economica e militare, stavano tentando di riformulare il testo per escludere, e non avallare, un eventuale intervento armato.
Un’ipotesi invece sostenuta non soltanto dagli Stati Uniti ma anche dagli altri Paesi del Golfo, sulla base del Capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite. Manama ha comunque presentato la risoluzione, con l’obiettivo di autorizzare le forze navali multinazionali a utilizzare «tutti i mezzi necessari» per garantire la continuità del traffico marittimo. Tuttavia Russia, Cina e la stessa Francia, tutti membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, hanno espresso forti riserve sul linguaggio adottato.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito l’opzione militare «irrealistica», avvertendo che rischierebbe di aggravare le minacce poste dalla Guardia rivoluzionaria iraniana, dotata di rilevanti capacità missilistiche lungo la costa del Golfo. Ancora più significativo il messaggio politico: la riapertura di Hormuz può avvenire solo attraverso un confronto con Teheran, non in contrapposizione ad essa.
Per la verità, anche la riunione virtuale convocata nelle stesse ore dalla Gran Bretagna con circa quaranta Paesi (tra cui Francia, Germania, Canada, India ed Emirati Arabi Uniti) non ha prodotto un piano operativo concreto. È servita però se non altro a registrare due elementi: da un lato la volontà di tutelare la libertà di navigazione, dall’altro la riluttanza a essere coinvolti in una missione militare in pieno conflitto. I pianificatori torneranno a incontrarsi la prossima settimana, ma per ora il terreno resta politico ed economico, non bellico.
Ma Parigi gioca su due tavoli, e nel frattempo porta avanti la sua iniziativa diplomatica personale che ha prodotto una novità. Una nave portacontainer francese ha attraversato ieri lo stretto di Hormuz, attualmente sotto controllo iraniano: è la prima imbarcazione europea a farlo dall’inizio della guerra.
La nave, appartenente al gruppo armatoriale CMA CGM, ha superato il blocco indicando nel proprio segnale di navigazione un «proprietario francese», secondo i dati del sito MarineTraffic. La Kribi, battente bandiera maltese, ha iniziato a manovrare da ovest a est del passaggio nel pomeriggio di giovedì, e già ieri mattina si trovava al largo di Muscat, in Oman, continuando a trasmettere il messaggio «proprietario Francia» invece di una destinazione.
È difficile pensare che questa “prima volta” per un grande gruppo armatoriale europeo lungo la rotta più esplosiva del mondo sia casuale, soprattutto in concomitanza con le discussioni all’ONU. E c’è anche un ulteriore indizio: la nave è transitata a nord dell’isola di Larak, vicino alla costa iraniana, seguendo una rotta apparentemente autorizzata dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, che ha introdotto un sistema di registrazione per le «navi autorizzate».
Questo meccanismo, il cosiddetto “casello iraniano”, funziona come un filtro vero e proprio: le compagnie devono contattare i pasdaran, fornire informazioni dettagliate su nave, equipaggio e carico e ottenere un codice di autorizzazione. Solo allora possono attraversare, scortate da unità militari iraniane. Senza permesso, le imbarcazioni vengono respinte. A ciò si aggiunge il pagamento di un pedaggio, che Teheran rivendica come legittimo nonostante le norme sulla libertà di navigazione. Le cifre non sono chiare, ma si parla di milioni per ogni transito odi tariffe legate al carico energetico, talvolta pagate in yuan o criptovalute per aggirare le sanzioni.
Il governo francese, naturalmente, non ha confermato ufficialmente che il passaggio della CMA CGM Kribi sia frutto di un accordo con l’Iran, ma è un’ipotesi molto plausibile. Questo contribuirebbe anche a spiegare le tensioni crescenti tra Donald Trump e lo stesso Macron, che negli ultimi giorni si sono scontrati duramente a colpi di dichiarazioni pubbliche.
Una postura, quella dell'Eliseo, che può anche essere letta come realismo diplomatico, ma che agli occhi degli alleati rischia di somigliare al solito equilibrismo opportunista. Così alla fine, mentre gli altri discutono linee d'azione comuni, la Francia gioca una partita tutta sua.




