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La tutela della famiglia è il miglior antidoto al moralismo della sinistra

È bella l’immagine della famiglia come resistenza al destino del gregge, come piccola comunità intrecciata alle minime storie personali dei suoi componenti, storie che determinano differenze, stili, linguaggi, destini.
di Annalisa Terranovasabato 4 aprile 2026
La tutela della famiglia è il miglior antidoto al moralismo della sinistra

3' di lettura

Fa parte della retorica costruita sul caso Piantedosi-Conte il dire, con sorrisetto sferzante, che la destra non dovrebbe neanche più parlare di famiglia, o tanto meno dichiarare di volerla tutelare, visto che da quella parte abbondano i separati, i divorziati, i flirt extraconiugali. Massimo Gramellini l’ha messo nero su bianco, in prima pagina sul Corriere: «ho capito perché a destra – ha scritto - sono così ossessionati dalla famiglia, insieme a Dio e Patria, perché spesso ne hanno più di una». Battutona. E a cascata tutti a ripetere il ritornello: la destra non giudichi le famiglie non tradizionali visto che le famiglie tradizionali a destra non reggono. Ma quando mai la destra ha varato provvedimenti contro le famiglie non tradizionali? E perché le famiglie non tradizionali si sentono tanto giudicate da Giorgia Meloni e dalla sua base elettorale? Sarà bene allora ricordare e ricordarci che la famiglia non si identifica con una coppia, che può come spesso accade disfarsi, ma è la prima comunità in cui l’essere umano sviluppa il suo senso di appartenenza, ha a che fare con le radici molto più che con l’indissolubilità del matrimonio. Nella cultura che alla destra è congeniale il far parte di una famiglia non costringe l’individuo alla solitudine e lo salva dal “mattino cupo” di cui scriveva l’antropologo Robert Ardrey, il mattino «dell’uniformità, del riflesso condizionato, del migliore dei mondi, dell’ordine assoluto, della realtà egualitaria, del grigiore, il mattino in cui il rintocco della campana farà prendere al gregge la via del pascolo...».

È bella l’immagine della famiglia come resistenza al destino del gregge, come piccola comunità intrecciata alle minime storie personali dei suoi componenti, storie che determinano differenze, stili, linguaggi, destini. Ciò in linea di principio, ovviamente. Poi ci sono le famiglie reali: aiutarle, sostenerle, non significa fare prediche su Dio, Patria e famiglia ma cercare di fornire un aiuto concreto, come si è fatto con l’assegno unico universale per i figli di coppie coniugate e anche di quelle conviventi e come si è fatto con il bonus alle madri lavoratrici (anche le single, dove sta quindi la discriminazione verso le famiglie non tradizionali?). Ora, questo appiattire su uno slogan avversato da sempre da sinistra – la triade Dio, Patria e famiglia appunto – la cultura di riferimento della destra di governo è un’operazione truffaldina, così come è deriva gossipara legare tutto questo alle relazioni di un ministro. Ancora: non esiste alcuna discriminazione operata da questo governo a danno delle famiglie non tradizionali a meno che non si voglia legittimare la pratica della gestazione per altri (utero in affitto) che rappresenta un’odiosa forma di sfruttamento del corpo femminile. C’è poi il tema dell’educazione: dire che spetta primariamente alle famiglie l’educazione dei figli – che non implica solo il saper leggere e scrivere ma comporta soprattutto la trasmissione di valori – non è certo uno sbandierare la triade Dio, Patria e famiglia ma soltanto ribadire un principio logico, attinente al diritto naturale. La famiglia non è certo proprietaria dei figli, ma ha con essi un legame che nessuna struttura burocratico-statale può sostituire.

Analogo discorso vale per il dibattito sull’educazione sessuo-affettiva: perché tanta ritrosia dinanzi alla regola di informare le famiglie su questo tipo di didattica? La sinistra in verità considera la famiglia un ostacolo per retaggio ideologico, una sovrastruttura da cui occorre liberarsi. Di qui il tentativo continuo di ridicolizzare il richiamo molto serio a Dio, Patria e famiglia, bandiera di una cultura che si oppone al moralismo formale e globale, al “normativismo politico” che ci condanna a essere umanità déracinée. Separiamo dunque le relazioni dei ministri da principi e idee che restano antidoti importanti all’indottrinamento, che è sempre – ricordiamolo- il primo passo per attuare la sorveglianza globale.