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Iran, non esiste il diritto ad arricchire l'uranio

Il punto su cui si è interrotta la prima tranche di colloqui non è negoziabile. JD Vance lo ha spiegato in modo chiaro e non arretrerà. E ha perfettamente ragione
di Costanza Cavalli martedì 21 aprile 2026

3' di lettura

Sceso dall’Air Force Two dopo il primo giro di colloqui in Pakistan, dieci giorni fa, JD Vance ha spiegato la questione nucleare iraniana come se fosse atterrato in un tinello dell’Ohio. Ha detto che sua moglie, Usha Vance, avrebbe, l’ipotetico quanto improbabile, diritto di lanciarsi da un aereo con il paracadute. Ma non lo fa perché lui non vuole, lei non vuole farlo preoccupare e hanno raggiunto un accordo. L’analogia familiare prestata alla geopolitica è stata irrisa dalla stampa anglosassone, ma soprattutto è sbagliata. Teheran rivendica da decenni il suo “diritto inalienabile” ad arricchire l’uranio: lo ripete nelle sedi internazionali, nei comunicati ufficiali, ad ogni tornata di trattative con Washington. Ma questo diritto non esiste. Esiste invece un’espressione giuridica, la “falsa apparenza di diritto”, che descrive con precisione la posizione iraniana: una menzogna che, a furia di ripeterla e di applicarla, diventa verità.

Il fondamento dell'intera pretesa è l’articolo IV del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), firmato dall’Iran nel 1970 sotto lo Scià Pahlavi. Il testo stabilisce che ogni Stato firmatario ha il diritto «inalienabile» di sviluppare «la ricerca, la produzione e l’uso dell’energia nucleare per scopi pacifici senza discriminazioni». Tuttavia, il testo non menziona mai l’arricchimento dell’uranio né le centrifughe. Non è un dettaglio: l’arricchimento è solo uno dei modi (e il più pericoloso) per produrre energia nucleare. Inoltre, uno Stato può esercitare il suo diritto all’energia nucleare civile importando combustibile già processato, come fanno decine di Paesi che non sentono il bisogno di costruire centrifughe nel deserto. La Repubblica islamica, invece, vuole essere indipendente nella produzione di materiale fissile e possedere l’intera filiera produttiva.

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Che è esattamente ciò che il Tnp, data la rapidità con cui questa tecnologia può essere convertita per scopi bellici, si proponeva di prevenire. Altrimenti i firmatari – i tre originari erano Usa, Urss e Regno Unito- avrebbero parlato esplicitamente di «arricchimento dell’uranio”, ha commentato Andrew C. McCarthy su National Review. Se n’era accorto nell’agosto del 2015 lo stesso John Kerry, il segretario di Stato che con l’Iran stava negoziando il Jcpoa (l’accordo sul nucleare che Donald Trump ha abbandonato nel 2018). «Non hanno il diritto di arricchire (l’uranio, ndr)», aveva detto a Reuters, «Secondo il Tnp non esiste un diritto. Il Tnp non concede automaticamente il diritto di arricchire».

Ciononostante, l’amministrazione Obama strutturò l’accordo come se il diritto esistesse e ne risultò un testo che non limitava l’arricchimento, ma lo gestiva, con soglie di purezza, limiti alle scorte e clausole di scadenza che entro il 2026 avrebbero rimosso quasi ogni vincolo residuo. A sentire le analogie del vicepresidente statunitense, però, e a sentire il regime che rivendica il diritto a ripartire da dove si era fermato, e cioè da quei 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, rischiamo di essere punto e a capo. Gli Stati Uniti continuano a trattare come se la pretesa iraniana avesse un fondamento giuridico reale: invece di negarne la legittimità, la amministrano.

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La narrazione del regime, che ha investito miliardi di dollari in un programma che considera strategicamente vitale, cade davanti ai numeri: l’Iran è tra i Paesi più ricchi di idrocarburi del pianeta e non ha mai avuto bisogno dell’energia nucleare per scopi civili. Arricchire l’uranio fino al 60% - ben oltre il 4% necessario per uso energetico e il 20% per uso medico- non lascia spazio a interpretazioni. Un accordo sarebbe possibile: poiché l’Iran ha sempre negato di voler sviluppare la bomba atomica, accetta rigorosi limiti e controlli da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica alle sue attività nucleari in cambio dell’annullamento delle sanzioni. La base legale è che il Tnp non riconosce agli ayatollah il diritto ad arricchire l’uranio. Non lo riconosce a nessuno. Trattare come se ce l’avesse non è un passo verso la pace.

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