Con un doppio paradosso, mentre di là dell’Oceano la nazione nata per liberarsi da un re si alzava in piedi dodici volte ad applaudirlo, di qua dall’Oceano le democrazie nate dai moti rivoluzionari contro l’assolutismo pregavano che un monarca raffermasse il legame transatlantico, condizione esistenziale per un’Europa che, senza Washington, sarebbe territorio di conquista diplomatica ed economica. Terry Wogan, il grande conduttore britannico, lo definiva “Royal effect”, una sindrome di Stendhal applicata alla Corona, una manifestazione terrena delle categorie di Ernst Kantorowicz, medievalista del Novecento che riprese e definì il tema del corpo doppio del sovrano: uno naturale, mortale e soggetto alle umane fragilità, e l’altro politico, un’entità collettiva e immortale che incarna la sovrnità. Per Donald Trump, che è più semplice, Carlo è «un uomo fantastico» per una questione prima di tutto genetica. A novembre, in un’intervista rilasciata a GBNews, aveva raccontato che da bambino sua madre, nata in Scozia, gli diceva di stare zitto ogni volta che la regina Elisabetta II appariva in televisione. «Mi diceva: “Non parlare. Dobbiamo ascoltare la regina!”». Le passioni materne sono rispuntate due giorni fa, sul prato sud della Casa Bianca: «Ricordo benissimo che diceva: “Guarda, il giovane Carlo, è così carino”. Mia madre aveva una cotta per Carlo. Ci pensate?». Ma anche la bellezza dell’asino è appannaggio del corpo mortale, accidenti che capitano agli individui mentre l’istituzione resta in piedi, come Edoardo VIII quando abdicò nel 1936 per una donna americana. Seguirono il trauma di Diana, l’“annus horribilis” di Elisabetta II quando nel 1992 si ritrovò con tre figli divorziati e il castello di Windsor in fiamme, la saga di Harry, il principe Andrea privato dei titoli per le ombre Epstein. Il corpo naturale ha bruciato più volte. Il corpo politico, invece, era a Washington, ad ascoltare la banda che suonava il Colonel Bogey March e quattro F-35 ruggire sopra le teste.
È questione di mappa, oltre che di mistica. I territori dell’antico Impero - Diego Garcia, Gibilterra, le Falkland - non sono relitti coloniali ma proiezioni di potenza. Quando Trump si è infuriato per il progetto di Starmer di consegnare le isole Chagos a Mauritius, il motivo era che la base di Diego Garcia è il nervo dell’Indo-Pacifico, è da lì che decollano i bombardieri per l’Asia, è lì che passa la deterrenza verso Pechino. Il veto americano ha affossato il disegno di legge. La Scozia spinge verso il referendum. Diversi regni caraibici smontano la monarchia. Una NATO frammentata e un Commonwealth smantellato sarebbero il regalo migliore che l’Occidente possa fare a Russia e Cina. Al Congresso, Carlo III ha fatto la cosa più difficile: dare lezioni senza darne l’impressione. Ha definito la Rivoluzione Americana «quello che Charles Dickens avrebbe potuto chiamare una storia di due George» - Washington e Giorgio III, suo trisavolo- trasformando il trauma fondativo delle relazioni angloamericane in commedia genealogica. Ha citato la Magna Charta come radice ancora viva: la Corte Suprema degli Stati Uniti la invoca in almeno 160 sentenze dal 1789. Ha detto che il potere esecutivo «è soggetto a controlli ed equilibri». L’AUKUS, il programma trilaterale di sottomarini nucleari con l’Australia, costruito per contenere la Cina nel Pacifico, è stato citato da capo di Stato di tre Paesi, non da ospite di uno solo. Ha definito la NATO «più importante che mai», citando «il mio Primo Ministro» Starmer - quello stesso che il presidente ha definito codardo pochi giorni prima - e la «partnership indispensabile». Ha parlato di Ucraina, di ambiente come «bene insostituibile», di fusione nucleare e intelligenza artificiale. Sull’11 settembre: «Eravamo al vostro fianco allora. E siamo al vostro fianco ora». Poi ha chiuso: «Dio benedica gli Stati Uniti e il Regno Unito», e il Congresso è rimasto in piedi per più di un minuto. «Ero molto invidioso», ha commentato Trump, «Lui riesce a far alzare in piedi i democratici.
Cosa che io non sarei mai in grado di fare».
È stata l’ironia la prima arma della seduzione regale. Al banchetto, rispondendo alla provocazione del presidente americano Trump per cui senza gli americani gli europei parlerebbero tedesco, ha risposto: «Oserei dire che se non fosse per noi, parlereste francese». Poi, sull’ala est della Casa Bianca in ristrutturazione: «Noi britannici abbiamo già tentato un intervento di riqualificazione immobiliare della Casa Bianca nel 1814 (quando la diedero alle fiamme, ndr)». La seconda è stata il dono d’addio: Carlo ha consegnato a Trump la campana di una nave che combatté nel Pacifico nella Seconda Guerra Mondiale, lo stesso mare dove oggi si costruisce l’AUKUS. Il nome della nave: HMS Trump. Con quell’oggetto solo, Carlo ha omaggiato l’ego presidenziale, risposto alle critiche sulla Royal Navy, ha ricordato che il sangue britannico è stato versato anche nel “lago americano” del Pacifico e ha disegnato una continuità da Pearl Harbor a Canberra: una guerra già vinta, una strategia ancora in corso contro Pechino. «Se mai aveste bisogno di contattarci», ha detto consegnandola, «non esitate a chiamarci». Subito dopo la tappa a Washington, il re è partito per le Bermuda: prima visita di Carlo a un territorio britannico d’oltremare, segnale che i Territori si tengono, anche quando le isole si cedono.
L’abbigliamento, infine, perversione dei giornalisti di settore, è stato un messaggio di armonia, cooperazione, continuità. Camilla e Melania Trump in bianco per le cerimonie diurne, fucsia e rosa per il banchetto di Stato. L’abito magenta di Fiona Clare- corpetto e maniche riccamente ricamati a perline - era abbinato a una parure di diamanti e ametiste tramandati dalla Regina Vittoria, indossata da Elisabetta II nella visita di Stato americana del 1991. La spilla da giorno: la Cullinan V, un diamante a cuore di 18,8 carati ricavato dalla pietra Cullinan del 1905, già incastonata nella corona di incoronazione del 2023. Melania in Dior firmato Jonathan Anderson, nordirlandese: britannico, dunque. La cena di Stato vellutata dell’orto, ravioli alle erbe, sogliola di Dover alla mugnaia, crema al miele degli alveari della Casa Bianca - ha completato il quadro. Il miele come omaggio ai reali apicoltori; il menu à la Escoffier come citazione consapevole delle stagioni in cui le relazioni erano più serene. Il menù in francese, la parure della bisnonna, l’abito del nordirlandese: ogni scelta era un testo. Eravamo convinti che la politica si sarebbe rigenerata attraverso la rete - il popolo connesso, la partecipazione digitale, la democrazia come app - ma nel momento di crisi più acuta del rapporto transatlantico, è arrivato un uomo con la corona in testa e sulle spalle ottocento anni di istituzione, ha fatto due battute sull’incendio di Washington e ha persuaso il Congresso ad alzarsi in piedi per l’Europa, che ai re ha tagliato le teste per far spazio alla modernità. God save the King.