La più d’impatto probabilmente è (una delle tante) vignetta di Repubblica, d’altronde si sa: coi tempi che corrono un’immagine vale più di mille parole. C’è un ratto, ha gli occhietti spiritati, la cravatta rossa e l’inconfondibile ciuffetto arancione, per chi non avesse capito l’antifona sullo sfondo compare un’enorme bandiera a stelle e strisce e lui, Mickey Trump, dice laconico: «L’hantavirus non si diffonderà». Il titolo però grida tutt’altro: «Pandemia globale» (ché, tra parentesi, d’accordo essere coerenti con l’apertura del giornale sul quale si pubblica, quello diretto da Mario Orfeo schiaffa a pagina quasi intera un poco rassicurante «Hantavirus, nuovi contagi», ma di grazia quando mai una “pandemia” -non è questo il caso- non è globale?).
CHIODO FISSO
Compagni col chiodo fisso, compagni allarmati e allarmisti, compagni nostalgici (non di quegli anni là, per carità, piuttosto di quelli qua, i Venti ma del secolo in corso), compagni che ogni scusa è buona pur di attaccare chi sta al governo perché si tratta del centrodestra. Peccato per quella questioncina che, in verità, in Italia, di casi accertati del morbo andino ce ne siano zero: ma va così e tocca farci l’abitudine, questa settimana il ritornello è di una strimpellata medica. Per esempio. C’è chi se la prende con l’oltreoceano. Sia con el loco Javier Milei perché, vabbè è chiaro no?, ‘sto benedetto virus circolava sulle Ande argentine e che cribbio, vuoi vedere che è ultraliberista?, come Il Fatto quotidiano che già da qualche giorno tampina (il titolo è ripreso pari pari) «Milei nella bufera per la diffusione dell’hantavirus in Argentina: “Tagli alla sanità e uscita dall’Oms non aiutano”» (operazione che è un po’ come accusare la Cina per il disastro del Covid, solo che su quel fronte nessuno ha mai chiamato in causa Xi Jinping); sia con gli irresponsabili Stati Uniti che vai a capire che c’entrano (però c’entrano perché in un articolo di Domani il cui titolo dice tutto -«Hantavirus o meno, l’epidemia già in corso è quella antiscientifica»- si chiosa senza troppi giri di parole e chi vuol capire capisca: «Sull’epidemia dell’imbecillità è il caso di scatenare il panico»).
Per la serie “alle volte ritornano” si segnala al pubblico in sala la lezioncina col ditino alzato della dem Beatrice Lorenzin per cui «stiamo seguendo tutte le procedure di allerta previste» (fiù), epperò «questa vicenda dimostra ancora una volta il ruolo fondamentale dell’Organizzazione mondiale della sanità e, a mio avviso, è stato un errore prendere le distanze dal piano pandemico così come è stato un errore non effettuare le necessarie esercitazioni». Prima del covid (2020) per almeno tredici, quattordici anni, in questo Paese, il piano pandemico nazionale non è stato aggiornato, abbiamo continuato con quello del 2006 che (a onor di cronaca) era stato firmato dall’ex ministro Francesco Storace per l’allora governo Berlusconi III: si accusa nessuno, sia mai, ma tra i sei ministri che hanno preceduto Roberto Speranza c’era anche Lorenzin, con la bellezza di tre esecutivi (Letta, Renzi e Gentiloni), dal 2013 al 2018. «Mi auguro che questa situazione possa portare a ripensare delle scelte compiute in Italia negli ultimi anni».
RISVEGLIATI
Si son risvegliati i virologi e amen, bisognava metterli in conto (uno per il tutto, l’infettivologo Massimo Galli che se la prende, anche lui, con l’amministrazione di Washington: «Nel 2025 Trump ha sospeso i finanziamenti al Creid, una rete che studiava virus con potenziale pandemico che possono passare dagli animali all’uomo. Uno studio riguardava il passaggio degli hantavirus dai roditori serbatoio. Grande tempestività, complimentoni»); si sono ridestati i complottisti del www e pazienza, c’era da aspettarselo (la solfa è quella ricicciata: è-un’arma-biologica-sperimentale, è-big-pharma, è-un-effetto-collaterale-del-vaccino-a-mRna); si è riaperta la “caccia al virus” però nei talk della prima serata e sui social crittografati delle chat dove se ne dice sempre una di troppo. Pandemia no. Pandemonio sicuramente.