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Il destino di Taipei si scrive in Medio Oriente

La tecnologia testata in Israele è l’asso nella manica di Donald. E il blocco di Hormuz è letale anche per il Dragone: potrebbe ripetersi a Malacca
di Costanza Cavalli venerdì 15 maggio 2026

3' di lettura

Xi Jinping ha teso la mano a Donald Trump sulla scalinata della Grande Sala del Popolo. Non il «grande, caloroso abbraccio» che Trump aveva annunciato alla stampa, ma una stretta protocollare. Il messaggio è che Taiwan resta il dossier su cui la Cina non arretra. Washington lo sa da settant'anni, e si è coperta con una formula: riconosce la «politica di una sola Cina», non il «principio di una sola Cina» di Pechino. Una virgola diplomatica che consente di armare Taipei senza violare formalmente nulla.

La tesi circolante nei giornali occidentali è semplice: l’America si sta dissanguando in Medio Oriente e Xi lo sa. Ogni Patriot lanciato su Teheran, ogni portaerei che presidia Hormuz è una risorsa che manca nel Pacifico, dove nel frattempo Pechino sta accumulando 3.500 missili balistici e da crociera convenzionali (tra cui il DF-21D, il “killer di portaerei”) e piazzando 490 satelliti per l’intelligence, la sorveglianza e la ricognizione. Nel frattempo, nel Golfo, il Dragone sosterrebbe l’Iran non per affinità con gli ayatollah, né per odio verso Israele, ma come manovra di logoramento: più gli Usa bruciano risorse vicino a Teheran, più si allontanano da Taiwan. È una tesi che manca metà dell’argomento e quella metà sta nel Negev.

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Con Coughlin, esperto di sicurezza del Telegraph, ha scritto che l’efficacia militare congiunta di Usa e Israele, che ha abbattuto sciami di droni e missili balistici iraniani armati grazie a tecnologie e satelliti di Pechino, non sarà passata inosservata all’Esercito popolare di liberazione cinese. Non a caso Xi continua a epurare i propri generali di alto rango: conosce meglio di chiunque i limiti reali del suo esercito. Il giornalista israeliano Amit Segal è andato oltre: negli ultimi tre anni Israele ha costruito il laboratorio di ricerca e sviluppo militare più avanzato del mondo, dove l’intelligenza artificiale sul campo di battaglia non è teoria ma routine. Abbattere droni è diverso da un’invasione anfibia, obietterà qualcuno.

Vero: ma sono la componente di comando e l’intelligenza artificiale, non solo la contraerea, ad essere stata collaudata in Israele. Quella componente vale nel Negev quanto nello Stretto di Formosa. Poi c’è la questione Hormuz. L’Iran lo minaccia per colpire l’economia globale e per Pechino al danno attuale si aggiunge quello potenziale. L’80% delle importazioni petrolifere cinesi transita per lo Stretto di Malacca, tra Indonesia, Malesia, Thailandia e Singapore, sotto controllo americano de facto. Se il blocco delle rotte marittime diventasse un metodo geopolitico accettato - ed è Teheran a renderlo tale - Pechino implicitamente firmerebbe il via libera al proprio futuro strangolamento energetico. Il silenzio cinese su Hormuz non è neutralità, è paura di un precedente.

La deterrenza americana, inoltre, si costruisce anche altrove e quotidianamente. Le forze statunitensi e giapponesi trasformano le isole Nansei in roccaforti; i sottomarini d’attacco americani operano dall’Australia occidentale; le esercitazioni con le Filippine crescono per dimensioni e realismo. Taiwan, se il parlamento approverà il bilancio di Lai Ching-te, rilancerà la spesa militare. Gli accordi di Trump con Paesi terzi- dal Regno Unito all’Indonesia - contengono clausole su dazi e sanzioni che possono diventare una morsa su Pechino. La nuova iniziativa Pax Silica del Dipartimento di Stato blinda le catene di approvvigionamento dei semiconduttori. Da Panama al Venezuela, Pechino assiste con sgomento al ripristino del predominio statunitense in America Latina.

Oggi, il vertice serve a Washington per trasmettere un segnale: disimpegnatevi dall’Iran e dalla Russia e troverete distensione su dazi e sanzioni. La Cina, intanto, proseguirà a Taipei in una zona grigia tra guerra e pace, senza un’invasione ma con un lento soffocamento doganale ed economico. Trump non può permetterlo: perdere Taiwan significa perdere la Tsmc, unica produttrice dei chip più avanzati su cui gira Nvidia e l’intera filiera dell’Intelligenza artificiale. Chi controlla quell’azienda controlla il vantaggio tecnologico che separa la prima dalla seconda potenza mondiale. «Il presidente Trump comprende le problematiche in gioco e la delicatezza della situazione», ha detto il segretario al Tesoro Scott Bessent alla Cnbc poche ore dopo l’apertura del vertice, «e chiunque affermi il contrario non ha capito lo stile negoziale di Donald Trump». Più dei nostri giornali, serve che lo capisca Xi.

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