Chi considera come il fattore più pericoloso nell’attuale scenario internazionale sia, per la sua dimensione omicida -apocalittica, il regime degli ayatollah iraniano, si interroga ogni giorno sul perché gli Stati Uniti non facciano una mossa più audace per mettere con le spalle al muro i pasdaran e le altre congreghe di assassini che circolano a Teheran. Perché non si possa mandare una squadra di marine e di tecnici a sequestrare l’uranio arricchito a Isfahan? E, se è troppo difficile questa operazione, perché non si riesca a inviare almeno un po’ di truppe a occupare l’isola di Kharg cuore della produzione petrolifera dell’ex Persia? Il Wall Street Journal riportando discussioni avvenute su Kharg tra Pentagono e Casa Bianca, scrive come negli ambienti più influenti dell’amministrazione Trump si consideri che i militari depositati nel centro di produzione petrolifero finirebbero per diventare delle sitting ducks, espressione americana (anatre sedute) per descrivere un bersaglio troppo facile. Già venti anni fa il generale Niccolò Pollari, allora capo del Sismi, spiegava durante la presentazione di un libro, come gli occidentali non avrebbero mai vinto in Afghanistan perché i talebani avevano un culto della morte e un’indifferenza rispetto all’opinione pubblica contro la quale un esercito regolare guidato da principi civili non avrebbe mai potuto prevalere. E non è inutile ricordare a questo proposito il generale William Westmoreland che disse della guerra in Vietnam: «A noi ci ha sconfitto la Cnn».
Peraltro allora l’esercito americano utilizzava non solo soldati professionisti ma anche giovani chiamati alle armi che rendevano le morti in battaglia ancora più dure da sopportare rispetto a quelle di coloro che scelgono volontariamente di assumersi rischi anche fatali. Così nella guerra in Irak l’unico generale che si rese conto che non si poteva vincere una guerra di terra in modo tradizionale, fu David Petraeus che spiegò: «Bisogna imitare la strategia degli inglesi in conflitti come quello in Malesia, si tratta di supportare e di affidarsi a settori della popolazione che si ribellano ai seguaci di Saddam Hussein, o altrimenti ogni nostra vittoria sarà precaria». La tenacia di come americani e israeliani cercano di evitare, a prezzo di sforzi altissimi, rischi letali per i loro militari dà la misura di valori di occidentali che considerano la vita umana sacra. Questo però non risolve il fatto che a questi occidentali tocca combattere fanatici adoratori della morte e pronti a imbottirsi di tritolo per vincere la loro guerra sacra, la loro jihad. Certo ci sono ancora occidentali che per difendere la patria sono pronti al sacrificio supremo, ma persino in Ucraina la leva dei cittadini arruolati nell’esercito è passata solo recentemente dai 27 ai 25 anni (non i 18 di quando c’era la leva per esempio in Italia). Di queste riflessioni fanno parte anche commenti raccolti sulla situazione tedesca e che recitano così: «Friedrich Merz sta facendo un encomiabile sforzo per dotarsi di carri armati che possano contrastare aggressioni russe, ma chi ci metterà dentro a guidarli e utilizzarli?». D’altra parte gli stessi russi evitano di mandare nel Donbass giovani provenienti dai grandi centri urbani e hanno schierato innanzi tutto ceceni e criminali scarcerati, e ora finiscono per utilizzare perfino i nordcoreani. Intanto si deve constatare come anche un’altra solida tradizione militare sia stata liquidata dalla storia: quella di una Francia che ha dovuto rinunciare alla sua influenza pluridecennale sul sub Sahara perché non riusciva a contrastare i ribelli dell’Isis che adesso sono contenuti da mercenari russi. In un mondo dove chi ama la pace deve confrontarsi con un fanatismo jihadista in grado di armare decine di migliaia di tagliagole, è arrivato il momento di fare una qualche riflessione strategica. La scelta dell’esercito di popolo decolla alla fine del Settecento con gli “straccioni di Valmy” schierati a difendere la rivoluzione francese contro i sodati di professione austro-ungarici.
Poi man mano questo tipo di organizzazione militare si afferma prima con la guerra civile americana, poi con i grandi conflitti del Novecento. Oggi però pare aver esaurito molto della sua efficacia nell’area a Euro-atlantica. E così si tratta di capire se assieme alle tecnologie che rendono competitivi i militari occidentali rispetto a quelli jihadisti, non si debba ritornare anche a qualcosa come le compagnie di ventura del tipo di quella che è stata abbastanza efficacemente – almeno fino al tentato colpo di stato contro Vladimir Putin (come spiegava Niccolò Machiavelli questo è uno dei possibili danni collaterali della scelta di truppe mercenarie) - cioè la Wagner di Evgenij Prigožin. E così sembrano funzionare i soldati professionisti arruolati dagli Emirati Uniti. E forse in questo senso, come ho già scritto, non sarebbe male, per contrastare il jihadismo innanzi tutto iraniano, seguendo sempre i consigli di Petraeus, imitare quella Legione araba (ancora peraltro efficiente in Giordania) che gli inglesi misero in piedi per dare l’ultimo colpo all’impero ottomano. Magari questa “Legione” potrebbe essere la scelta adeguata per scoraggiare nuove imprese dei tagliagole gestiti e pagati da Teheran, e portare la pace nelle aree incandescenti del Medio Oriente (sud Libano, Gaza, Cisgiordania, Nord Yemen) dove iniziative pur lodevoli come l’Unifil non hanno raggiunto i propri obiettivi.