Il fatto che la Casa Bianca non si fosse spesa per negare che Donald Trump abbia apostrofato il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, come un «pazzo» durante la telefonata di lunedì, era già un indizio che le voci diffuse dai media fossero affidabili. La prova delle veridicità di quelle esternazioni l’ha fornita lo stesso presidente degli Stati Uniti, ospite della giornalista del New York Post, Miranda Devine, nel podcast “Pod Force One”. «Bibi, che diavolo stai facendo? Sei un maledetto pazzo?», è la domanda che Trump ha rivolto al collega dopo gli attacchi dell’Idf in Libano che hanno spinto l’Iran a fermare le trattative con Washington in assenza di una tregua sull’altro fronte mediorientale.
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Il tono di Trump, nel ripercorrere quei minuti di conversazione, è però tranquillo e non esagitato. Questo perché non è arrabbiato con Netanyahu, ma solo «un po’ infastidito dal suo continuo combattere in Libano». «Bibi mi piace molto: io sono un presidente in tempo di guerra, lui è un primo ministro in tempo di guerra», ha rimarcato. E ancora: «Abbiamo lavorato molto bene insieme e collaboro molto bene con lui». Resta però il fatto che le operazioni dell’esercito di Gerusalemme contro Hezbollah nel sud del Libano possono compromettere la riapertura dello Stretto di Hormuz e la collaborazione del regime di Teheran sullo sviluppo del programma nucleare. È quindi ora di fermare gli scontri perché se da una parte gli Stati Uniti non consentiranno agli ayatollah di dotarsi di un’arma atomica, dall’altra Trump ha chiarito che gli piacerebbe incontrare la nuova guida suprema, Mojtaba Khamenei, sulla scia di un rapporto «abbastanza buono» che si sta instaurando tra le parti, nonostante la guerra e le tensioni regionali. Guerra in cui, ha sottolineato di nuovo il presidente Usa, non è stato trascinato da qualche «sotterfugio» ordito da Netanyahu. «Sono stato io a dare il via a tutto questo», ha voluto chiarire e l’obiettivo principale – quello di un Iran senza bomba nucleare – è una questione che «riguarda Israele, perché probabilmente sarebbe il primo Paese a essere colpito: se non ci fossi stato io, non esisterebbe».
La giornata di ieri ha però riservato momenti di tensione. Il Kuwait è stato preso di mira da una massiccia ondata di missili balistici e droni che hanno colpito l’aeroporto internazionale e provocato un morto e il ferimento di oltre sessanta persone: si tratta del più grande attacco iraniano dall’inizio della tregua siglata lo scorso 7 aprile. Nella notte tra martedì e mercoledì, Stati Uniti e Iran si sono scambiati altri pesanti attacchi dopo che Washington aveva colpito una petroliera che tentava di forzare il blocco navale a Hormuz: un’azione che ha innescato le azioni militari iraniane, con altri missili sulle basi americane in Kuwait e Bahrein. Le Guardie della rivoluzione islamica, dalla loro, hanno accusato gli Usa di aver innescato gli scontri e di aver aperto il fuoco contro una imbarcazione appartenente al «nemico americano-sionista». «Qualsiasi atto ostile riceverà una risposta immediata e decisiva», ha minacciato il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araghchi. «Ciò che le sanzioni e la guerra non sono riuscite a ottenere non sarà conquistato con altra guerra», ha postato sui canali social. Il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha però riferito che il cessate il fuoco è ancora «in vigore»: non si è registrata una ripresa del conflitto su vasta scala. Il Kuwait, in risposta a quanto avvenuto, ha dichiarato persone non grate due diplomatici di Teheran.
GLI OBIETTIVI
Quanto alla posizione statunitense sull’Iran, alle parole di Trump si sono aggiunte quelle del Segretario di Stato, Marco Rubio, che ieri ha presenziato ai lavori della commissione Affari esteri della Camera, dopo l’audizione di martedì al Senato: «Ci piacerebbe vedere un cambiamento, ma quello non era l’obiettivo della nostra missione», ha spiegato. L’intento dell’operazione Epic Fury, scattata il 28 febbraio, era di distruggere uno scudo missilistico convenzionale dietro al quale il regime sciita «poteva costruire il suo programma nucleare». Rubio, sempre sulla scia di quanto rilanciato dalla Casa Bianca, ha sostenuto che i vertici iraniani hanno accettato di negoziare su quest’ultimo, mentre in precedenza si rifiutavano di menzionarlo. Allo stesso tempo, è proprio l’instabilità della leadership del Paese a rendere i negoziati difficili e complicati. In risposta alla posizione iraniana, Rubio ha poi sostenuto che l’operazione militare si è di fatto «conclusa» e che eventuali attacchi americani sarebbero «di natura puramente difensiva».