La Germania si è bloccata? Friedrich Merz ha trovato l’uovo di Colombo per farla ripartire: mandare i tedeschi al lavoro. Messa così sembra una battuta ma nel pacchetto di 34 riforme appena varate dal governo c’è lo stop ai certificati di malattia “allegri”. «Si torna a come si faceva prima della pandemia», ha spiegato il cancelliere. In soldoni, se oggi un lavoratore dipendente può stare a casa per i primi tre giorni della malattia e con una telefonata al proprio dottore può arrivare a cinque, da domani sarà necessario produrre un certificato medico dal primo giorno di assenza dal lavoro. E, soprattutto, basta ricette telefoniche: chi è malato, vada a farsi visitare dal medico curante. La possibilità di darsi malati con uno squillo allo studio medico era stata introdotta dall’ultimo governo di Angela Merkel per evitare l’affollamento degli ambulatori durante il Covid-19. Un’idea applauditissima da virologi e dai medici che hanno visto scemare le presenze nelle sempre affollate sale d’aspetto. Una misura poi confermata dal governo rosso-verde-giallo di Olaf Scholz e adesso messa all’indice dalla maggioranza nero-rossa di Merz.
Per voce del suo presidente Andreas Gassen, l’associazione delle casse mediche (Kbv) ha subito protestato. «Chiunque abbia la tosse o un’infezione gastrointestinale deve restare a letto, non in uno studio medico pieno». Tanto meno sul luogo di lavoro. Tutto molto vero in teoria, ma il mondo è pieno di furbi e la Germania non fa eccezione. Tant’è che mesi fa lo stesso Merz lo aveva detto a chiare lettere. «Il lavoratore tedesco è in malattia in media 14,8 giorni all’anno: sono quasi tre settimane: è davvero necessario?».
Il nodo dei certificati è la ciliegina sulla torta delle riforme che il governo si accinge a presentare al Bundestag. Fra le misure di sostanza c’è un doppio ritocco al sistema pensionistico con da una parte l’aggancio dell’età pensionabile all’aspettativa di vita; dall’altra l’obbligo di investire una percentuale dei contributi previdenziali in strumenti finanziari, secondo il modello svedese. Una riforma tanto tardiva quanto necessaria in un Paese con tassi di natalità fra i più bassi d’Europa (ma noi italiani facciamo peggio).
Più immediati gli effetti attesi dall’uso della leva fiscale: dal prossimo anno le famiglie a reddito medio o basso risparmieranno 600 euro sulla dichiarazione dei redditi mentre il prelievo su chi guadagna oltre 280 mila euro l’anno sale dal 45 al 47%. Dal 2027, sarà anche più facile per i datori di lavoro rescindere i contratti dei dipendenti ad alto reddito «con un’opzione di liquidazione» (il tfr non è la norma in Germania). «Stiamo lavorando per proteggere il nostro stato sociale e per alleviare l’onere per i dipendenti e per le aziende abbassando le tasse», ha enunciato Merz presentando il “Programma per la rinascita e l’occupazione”. Il cancelliere ha poi proposto di vietare la nazionalizzazione delle grandi società immobiliari: nel 2021 la sinistra-sinistra della capitale Berlino aveva organizzato un referendum poi approvato - ma aveva solo valore consultivo - che spaventò molto gli investitori.
Da Merz è poi arrivata la promessa di un taglio radicale alle pratiche burocratiche che affossano le imprese. E mentre l’opposizione mugugna, la Confindustria tedesca applaude piano: «Bene ma urge rafforzare la competitività del sistema».