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Mondiali 2026, l'Argentina riconquista le Malvinas sul campo

Ad Atlanta i giocatori dell'Albiceleste battono l'Inghilterra e srotolano lo striscione "politico": una battaglia infinita
di Marco Patricelli venerdì 17 luglio 2026

3' di lettura

Se il calcio è metafora di una battaglia, con strategia, tattica e iniziativa personale, è difficile che possa rimanere al di fuori delle passioni della storia in nome dei valori dello sport. La semifinale mondiale Argentina-Inghilterra lo ha dimostrato, combattuta al di là della carica agonistica della partita e con i valori aggiunti della rivincita e della politica internazionale. I sudamericani hanno ribaltato il risultato e poi esposto in barba a ogni regolamento uno striscione che rimetteva al centro del campo e dell’attenzione il confronto sulle isole Malvinas, o Falkland, dove nel 1982 divampò la breve guerra (74 giorni) terminata con la sconfitta del regime militare del generale Leopoldo Galtieri e la conferma del dominio coloniale britannico sulle isole rivendicate da Buenos Aires da quasi duecento anni.

Ad Atlanta «Las Malvinas son Argentinas», come se il tempo si fosse fermato. Al Mundial di Spagna l’Italia affrontò l’Argentina di Maradona il 29 giugno, due settimane dopo la resa militare a Port Stanley, e la lady di ferro Margareth Thatcher alla vigilia esortò il presidente della Repubblica Sandro Pertini a battere la squadra albiceleste, che aveva tutti i favori del pronostico rispetto all’undici di Enzo Bearzot. Il capo dello Stato replicò tagliente: «Certamente non con i vostri metodi». Claudio Gentile annullò Maradona con una marcatura implacabile, l’Italia vinse e poi, battendo Brasile, Polonia e Germania, divenne campione del mondo. Ma il nodo delle isole contese da allora non è stato mai sciolto: è rimasto a sonnecchiare in attesa di tempi migliori.

Nel 1986 el Pibe de oro, ancora sullo scenario mondiale, prima rubò un gol all’Inghilterra utilizzando “la mano de Dios” e poi umiliò i calciatori avversari seminandoli come birilli, aggiungendo l’irrisione alla furbata entrata nella storia. Sullo sfondo, sempre le Malvinas, retaggio dell’impero britannico che nel 1982 riscoprì il senso di grandeur mandando una poderosa flotta aero-navale a riconquistare quegli scogli - meno di un abitante per chilometro quadrato, poco più di tremila persone e mezzo milione di pecore - e scoprì pericolosamente un fianco nevralgico della Nato allora contrapposta all’Unione Sovietica e al Patto di Varsavia, nella preoccupazione dissimulata a fatica degli Stati Uniti e degli alleati.

Per molti quella guerra che provocò un migliaio di morti servì a Londra per riconquistare un ruolo di prestigio e a far cadere la dittatura militare di Buenos Aires che si sgretolò dopo la sconfitta, avendo puntato la sua sopravvivenza proprio sulla soluzione di forza di quel contenzioso. Gli inglesi, peraltro, dimostrarono tutta la loro delicatezza dichiarando pubblicamente che la guarnigione argentina si sarebbe battuta male e sarebbe stata spazzata via dai marines di Sua Maestà perché i soldati erano «di origine italiana». Poi si vide in tv in quali miserevoli condizioni il regime aveva mandato ragazzi infagottati in uniformi patetiche per quelle latitudini a combattere e a morire. Le isole tornarono Falkland dove svettava e svetta l’Union Jack, ma sono ritornate all’improvviso a essere Malvinas sul palcoscenico calcistico del mondiale americano, con lo striscione esposto dai calciatori argentini dopo la remuntada. E con singolare tempismo il ministero degli Esteri argentino ha inoltrato una nota formale di protesta all’ambasciata britannica accusando la marina di Sua Maestà di un’«incursione» di una nave da guerra che avrebbe stazionato illegalmente nelle acque delle Malvinas.

Il fatto si sarebbe verificato il mese scorso ma rivelato oggi sarebbe la cartina di tornasole della presunta volontà inglese di «esacerbare le tensioni nell’Atlantico meridionale», ultimo atto di una serie di azioni ritenute provocatorie. Victoria Villaruel, vice di Javier Milei, ha ritirato fuori l’immagine dei «pirati usurpatori». Da Francis Drake a Maradona e adesso a Messi, dalla mano de Dios alla manina del revanscismo.

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