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Iran, l'allarme del generale Camporini: "Missili? No, può colpirci con il terrorismo"

di Costanza Cavalli venerdì 21 agosto 2026

3' di lettura

In Italia ci sono 13mila soldati americani e circa 120 fra basi Nato e installazioni a uso statunitense, da Sigonella ad Aviano, da Camp Darby a Ghedi. Nessuno di questi obiettivi è realisticamente raggiungibile da un missile iraniano, il rischio «al massimo è una minaccia potenziale», ha detto ieri sera il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore della Difesa, ospite di Alessandro Sallusti a “10 minuti” su Rete 4. Tutti però sono raggiungibili in automobile: le minacce serie, ha spiegato, sono quelle «di natura ibrida, il terrorismo, i droni. Un soggetto potrebbe nascondere uno di questi velivoli nel bagagliaio di una macchina e attaccare via terra». Finora, ha detto, «i nostri sistemi di sicurezza si sono dimostrati affidabili». E se un attacco simile colpisse il territorio nazionale, e quindi quello Nato, saremmo in grado di difenderci? «L’attivazione dell’articolo 5 dell’Alleanza atlantica — un attacco a un alleato è un attacco a tutti — non implica automaticamente una reazione», ha frenato Camporini: obbliga gli alleati a sostenere l’aggredito come ritengono opportuno, «prima ci si consulta e poi si decide». Sulla difesa europea ha ammesso che contro i missili balistici «non abbiamo uno scudo come quelli statunitensi e israeliani»: un progetto «che richiede tempo, tecnologie e soldi».

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IL D-DAY ECONOMICO
Un avversario ridotto a un drone nel bagagliaio è battuto militarmente, non politicamente. È il problema che Washington non risolve da sei mesi, e mercoledì notte Donald Trump ha annunciato di volerlo risolvere per via economica: un D-Day, «l’operazione economica più devastante mai intrapresa contro un Paese», con l'avvertimento a chi offra a Teheran «un’ancora di salvezza»: «Sapete bene chi siete». In cosa consista il potenziamento della precedente operazione “Furia economica” lo spiegherà lunedì il segretario al Tesoro Scott Bessent, che ieri alla Cnbc ha anticipato l’obiettivo, «faremo crollare questo regime», e una premessa: se la pressione economica funziona, «probabilmente non ci sarà una ripresa delle operazioni militari su larga scala». Nel messaggio di Trump non compaiono un Paese, una banca, una nave. Il destinatario sono le teapot, le raffinerie private cinesi fuori dal circuito delle compagnie di Stato: valgono un quarto della capacità di raffinazione cinese e assorbono gran parte dell’oltre 80% di greggio iraniano che finisce in Cina. Colpirle serve a poco: negli Stati Uniti non hanno nulla da perdere, né filiali né affari in dollari. Le banche cinesi che ne regolano i pagamenti, invece, senza compensazione in dollari smetterebbero di fare il proprio mestiere. È lì il perno del sistema, ed è lì che Washington non ha mai colpito. Il motivo l’ha riassunto Brett Erickson, di Obsidian Risk: se quelle misure avessero offerto un rapporto rischio-rendimento favorevole, sarebbero già state adottate.

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RISCHIO E RENDIMENTO
Il rendimento sarebbe alto infatti, ma il rischio anche. Se i prezzi non sono esplosi è per la doppia tolleranza che il D-Day promette di abolire: Pechino attinge alle proprie riserve, Washington lascia filtrare una parte del greggio iraniano diretto alle teapot. Abolirla spinge in alto il Brent, che ieri ha superato i 94 dollari. Quella tolleranza l’amministra la Marina americana che, secondo Axios, scorta ogni notte fra 15 e 20 petroliere nella tratta omanita di Hormuz, 10 milioni di barili al giorno, metà del volume prebellico e sufficienti per non far schizzare i prezzi dei carburanti. Nel frattempo, dal 14 luglio, quando il blocco navale è stato rinnovato, il Centcom ha fermato 72 navi commerciali. Agli alleati Bessent ha posto un aut aut: «O con noi o contro di noi». Due risposte sono già arrivate. Abu Dhabi, da cui transitava oltre il 30% delle importazioni iraniane, ha chiuso con Teheran dopo gli ultimi due missili lanciati contro il suo territorio. Pechino ha fatto rispondere il portavoce Lin Jian: sanzioni e pressioni non risolvono nulla, si torni alla diplomazia. Se il D-Day sarà davvero un D-Day, Trump non avrà una sola data da guardare, il 3 novembre delle elezioni di metà mandato. Ne avrà due: il 24 settembre Xi Jinping è atteso alla Casa Bianca.

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