Il South China Morning Post, un tempo autorevole voce libera ma dal 2016 diventato un docile strumento del governo di Pechino, sul dramma dell'inondazione tra Tibet e Nepal se ne è uscito con un titolo che è una chiara manifestazione di coda di paglia. “Come l’alluvione lampo in Nepal ha scatenato un’ondata di disinformazione anti-cinese. Gli scienziati non sanno ancora cosa abbia causato il crollo del ghiacciaio, ma questo non ha fermato un torrente di accuse sulla costruzione cinese”. Secondo questa ricostruzione, «per gli scienziati, la causa della micidiale alluvione lampo di questa settimana al confine tra Cina e Nepal è chiara: un ghiacciaio in alta quota sul versante nepalese della catena himalayana è crollato, riversando a valle quantità catastrofiche di acqua e detriti». Ma «l’iniziale incertezza sulla causa dell’evento ha alimentato un’ondata di disinformazione sui social media: molti navigatori hanno attribuito la colpa alle infrastrutture costruite dalla Cina nella regione». Ne è nata «una guerra di informazioni sulle attività cinesi nella regione che ha continuato a infuriare online anche dopo che Pechino e Kathmandu si sono accordate sull’analisi scientifica». L’informazione di un «accordo tra governi» confinanti per stabilire le cause della tragedia in maniera burocratica è, se vogliamo, già di per sé una forma di smentita che diventa in realtà ammissione. In effetti, come per il Covid, le speculazioni sulle possibili responsabilità del governo di Pechino non nascono a caso, ma come reazione alla censura delle informazioni sul tema. La diaspora tibetana, in particolare, ha segnalato con preoccupazione la scarsità di informazioni che arrivano da Pechino sulla situazione nei villaggi del distretto di Gyirong, nella Regione Autonoma del Tibet. Fino a giovedì sera il conto ufficiale delle vittime da parte di Pechino restava fermo a 3, e adesso è salito solo a 7, pur se vengono aggiunti 554 dispersi.
RETICENZE Come appunto per le vittime della pandemia, sono dati incompatibili sia con l’ampiezza del disastro, sia con la mobilitazione messa in campo dal governo cinese. E appunto il governo tibetano in esilio ha rilasciato una nota in cui denuncia come «sul plateau tibetano il governo cinese sta portando avanti diverse attività distruttive per l’ambiente con il pretesto dello sviluppo, causando un aumento delle temperature a un ritmo raddoppiato. Oggigiorno, il governo cinese sta espandendo apertamente e incessantemente progetti in tutta la catena himalayana, giustificandoli come fonti di energia “verde” — tra cui la costruzione di bacini idrici e dighe, progetti di energia solare e progetti di collegamento ferroviario. Queste azioni irresponsabili stanno infliggendo gravi danni all’umanità nel suo complesso. Questo non è il momento di rimanere in silenzio di fronte a circostanze che potrebbero portare a pericoli ancora più gravi in futuro».
Anche il commentatore macroeconomico e analista Ken Cao, noto per il suo Canale su YouTube, sostiene che «l’ossessione cinese per le infrastrutture ha contribuito a trasformare un pericolo himalayano in una catastrofe per il Nepal. La Cina ha trascorso anni a costruire autostrade e gallerie attraverso uno dei sistemi montuosi più fragili della Terra. Ciò significa far saltare in aria la roccia, modellare i pendii, rimuovere la vegetazione e deviare il drenaggio, tutte attività che notoriamente aumentano il rischio di frane se gestite in modo inadeguato. Pertanto, quando un’enorme massa di ghiaccio, roccia e fango crolla improvvisamente vicino a un corridoio di confine cinese intensamente urbanizzato, chiedersi se la costruzione cinese abbia contribuito a questa tragedia è un’analisi del rischio elementare».
LA NUOVA VIA DELLA SETA Più in generale, le critiche sostengono che sia stata l’espansione cinese di argini, strade e infrastrutture lungo il confine a restringere la valle a monte, trasformando il torrente in una colata carica di detriti, macerie e macchinari. Opere come dighe di derivazione e argini avrebbero poi creato colli di bottiglia nelle gole himalayane, generando ondate di piena secondarie che hanno colpito le comunità a valle più volte in rapida successione. E la Cina non ha mai firmato la Convenzione delle Nazioni Unite sull’uso dei corsi d’acqua internazionali per scopi diversi dalla navigazione, nota come UN Watercourses Convention. In Nepal sono state anche sollevate domande sul fatto che un eventuale avvertimento proveniente dalla Cina avrebbe potuto limitare il numero delle vittime: di nuovo, un dubbio che riporta agli interrogativi sull'origine della pandemia, ma che il governo di Pechino respinge come “fake news”.Contrariamente a tutte le altre ricostruzioni, i media ufficiali cinesi e la stessa ambasciata di Pechino a Kathmandu continuano a sostenere che la colata di fango e detriti sia stata originata da un crollo avvenuto sul versante nepalese del ghiacciaio. Ma in tutto il Tibet l’accesso ai media internazionali è stato bloccato. E la censura cinese sulle origini del disastro è stata denunciata appunto da media come Guardian, New York Times e Bbc.