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Londra, New York e ora Berlino: in Occidente le metropoli in mano agli islamocomunisti

di Carlo Nicolato martedì 22 settembre 2026

3' di lettura

Riuscite a figurarvi, anche solo per un attimo, tre delle città più importanti dell’Islam governate da un sindaco cristiano? Che so, il Cairo, Islamabad e Riad, per non dire Teheran o Ankara, che festeggiano l’elezione di un primo cittadino che giura sulla Bibbia, anzi due, che chiede la protezione dei cristiani nel mondo e loda i principi del Vangelo?

Ma nemmeno in un film di Christopher Nolan sarebbe immaginabile, eppure da noi nel cuore dell’Occidente, cambiando l’ordine dei fattori sta succedendo, anzi è già successo: dopo Londra e New York anche Berlino avrà il suo sindaco musulmano. Tre delle città simbolo della nostra cultura cristiana, della nostra storia, economia e sistema politico hanno eletto un primo cittadino che crede in Allah con la tessera progressista. Il problema è che in questo caso la proprietà commutativa non funziona. Certo, si potrebbe dire che questo è proprio il segnale che il nostro sistema democratico e inclusivo è perfettamente oliato, che perfino uno che proviene da una cultura e una religione fondata su principi profondamente diversi può fare strada ed ergersi ai vertici della politica nostrana, ma è proprio qui la fregatura: quella occidentale è soprattutto criminale e opportunistica ingenuità, veicolata sempre e solo dalla stessa parte politica, che avanti di questo passo trasformerà l’Occidente in un presidio islamico. E allora addio inclusione e democrazia, addio anche alla sinistra.

Qualcuno ha già detto che il caso di Elif Eralp, la politica di origine turca che salvo sorprese diventerà sindaco di Berlino, è simile ma in realtà diverso da quello di Mamdani. Il suo successo, dicono, lo deve alla sua battaglia sugli affitti e il problema della casa, proprio come il sindaco di New York. Ma sebbene i due siano entrambi musulmani e di estrema sinistra, la prima non ha mai citato la sua fede in campagna elettorale e non giurerà sul Corano, anzi due, come ha fatto Mamdani. La fede non le interessa, si è presentata come «la persona più adatta a contrastare l’ascesa dell’estrema destra» grazie al suo background migratorio in una città che conta un milione di immigrati.

Di questi però almeno 300mila si dichiarano musulmani, il 9% della popolazione, per cui la fede le interessa eccome. Nei suoi discorsi non ha citato il Corano o la pratica religiosa, non ha mai detto di essere orgogliosa di pregare Allah come hanno fatto sia Mamdani che il sindaco di Londra Sadiq Khan, ma ha citato la condizione musulmana come status da difendere. «Dobbiamo essere in grado di parlare della vita dei musulmani senza parlare di estremismo religioso», ha detto, come se le due cose fossero facilmente scindibili. «Sosteniamo la protezione della vita dei musulmani e dei palestinesi», ha sostenuto, dichiarando che difenderà anche la comunità ebraica solo quando è stata accusata di tollerare le posizioni fortemente antisemite emerse nei circoli di Linke della capitale (e che si sono palesate anche ieri). Poi non ci si può sorprendere se sempre più tedeschi votano AfD.

Quando consegni le tre capitali dell’Occidente a chi non ha mai nascosto di credere in un altro dio, in un altro libro, in un altro modello di famiglia, di donna, di giustizia, stai dicendo a metà dei tuoi cittadini che la loro casa non è più casa loro. E quella metà non sparisce, non si converte, si organizza. È per questo che l’estrema destra non sta vincendo nonostante Elif Eralp e Zohran Mamdani, ma grazie a loro. Ogni volta che la sinistra festeggia un sindaco musulmano come prova di quanto è buona e inclusiva, regala centomila voti all’AfD, a Reform, a Trump. È matematica, non razzismo.

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