Raccontare quello che sta succedendo dalle parti del Tribunale Costituzionale in Polonia sembra complicato, ma è più semplice di quanto sembri. Ed è anche maledettamente importante. Perché sembra complicato? Ma perché ogni storia è fatta di protagonisti e se questi hanno cognomi impronunciabili (stringhe di venti lettere con tre quattro grumi di altrettante consonanti una incollata all’altra) mentre provi a leggere stai già pensando a quando andare a prendere tuo figlio a scuola. È il caso delle lingue slave come il polacco ed il ceco. Pazienza. Sembra complicato anche perché la storia dura da almeno dieci anni. E che io qui provo a riassumere in poche battute giusto altrimenti tornate a pensare a dove lasciare la macchina mentre prendete vostro figlio. Ottobre 2015: il parlamento uscente controllato allora come ora da Tusk (uno dei pochi cognomi pronunciabili) elegge cinque giudici del tribunale ma solo tre erano in scadenza di mandato. Classica “operazione bulloni” per impedire al successore di avere mano libera sugli altri. Ma il nuovo parlamento controllato dal PiS (conservatori alleati di Meloni in Europa) cancella le nomine. Pure quelle dei tre in scadenza di mandato e che il Tribunale Costituzionale aveva invece accettato.
ABORTO
Il magistrato Julia Przylebska diventa presidente del Tribunale. La procedura è contestata. Con il progressivo rinnovo dei componenti, la Corte assume un orientamento sempre più vicino alle posizioni del PiS. Restringe drasticamente la possibilità di ricorrere all’aborto e sancisce la prevalenza del diritto polacco rispetto a quello europeo. Ed è questo che fa imbestialire i mandarini di Bruxelles. Nel 2023 il popolare e turbo europeista Tusk torna al governo. La Commissione Ue annuncia che magicamente la Polonia potrà accedere a circa 137 miliardi di contributi fino ad allora congelati. La cifra è già mostruosa di per sé. Rapportata al nostro Pil è come se all’Italia venissero dati quasi 350 miliardi. In pratica l’equivalente delle nostre emissioni di debito pubblico in un anno. Estesa quanto l’Italia, la Polonia è il quinto paese dell’Ue quanto a popolazione (dopo Germania, Francia, Italia e Spagna).
Dal 1990 ad oggi il suo reddito pro capite è passato da 1.700 a 27mila dollari. Tanta industria, con la sua moneta la Polonia è riuscita in un capolavoro; mantenere il massimo della sovranità prendendo il massimo dei contributi dal bilancio europeo. Ma Donald Tusk, fino a poco tempo fa presidente del Consiglio Europeo, ha il compito di portare stabilmente Varsavia al guinzaglio di Bruxelles. Non si danno 137 miliardi così per caso. Sotto il suo premierato, il governo inizia a disconoscere un po’ di sentenze del Tribunale Costituzionale.
Vorrebbe riformarlo radicalmente ma non ha una maggioranza costituzionale.
Nel 2025 Karol Nawrocki, sostenuto dal PiS, diventa presidente della Repubblica in sostituzione del collega di partito Duda. Ed arriviamo ad oggi. Il Parlamento elegge otto nuovi giudici per coprire i posti vacanti. Nawrocki rifiuta di ricevere il giuramento di cinque di loro perché la nomina risulterebbe irregolare. I magistrati di Tusk se ne fregano e prestano giuramento in Parlamento. Il presidente del Tribunale, Bogdan Swieczkowski, si rifiuta però di riconoscerli. E Anna Korwin-Piotrowska, una dei giudici eletti dalla maggioranza Tusk, lo sospende assieme al vice. Con tanto di polizia in assetto antisommossa che prova ad impedire l’ingresso del Presidente della repubblica. Questo mentre era diretto in Africa per un viaggio istituzionale torna indietro per irrompere nel polazzo del Tribunale. I video sui social sono diventati virali. Nawrocki sembra intenzionato a costituire nel frattempo un nuovo governo. Ma dipende dal parlamento. Fra un anno ci saranno le nuove elezioni. Tusk è dato perdente ed avere un Tribunale Costituzionale fedele serve ad “avvelenare i pozzi” per il prossimo vincitore.
SILENZIO
Il silenzio delle cancellerie di tutto il mondo, ad eccezione di Washington che vede nella Polonia e nei conservatori degli alleati irrinunciabili, la dice lunga. «Sul piano costituzionale il governo ha quanto meno tirato la corda» scrive il prudentissimo ambasciatore Stefano Stefanini. Nessuno si schiera con nessuno. Palazzo Chigi ha scelto la strada del silenzio lasciando ai plenipotenziari in Europa Procaccini e Fidanza l’onore e l’onere di condannare Tusk in difesa degli alleati del PiS.
Lo stesso ha fatto Claudio Borghi per la Lega. Dalle parti di Forza Italia hanno invece finito i giga. Ma è sintomatico che non abbiano trovato argomenti in difesa dell’alleato Tusk. Se mi chiedete se il “golpe” è riuscito la mia risposta è: non lo so. E forse ancora nessuno lo sa.