Alla fine anche il presidente francese Emmanuel Macron ha deciso di partecipare al pre-vertice sulla competitività organizzato da Giorgia Meloni, Friedriche Merz e Bart De Wever, che si terrà domani in mattinata al castello di Alden-Biesen, in Belgio ma a pochi chilometri da Maastricht.
Inizialmente concepito come una riunione tra Paesi “affini” per preparare il confronto successivo del pomeriggio tra i 27 leader europei, vedrà presenti anche la presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen e una ventina di altri leader. La presenza di Macron, nonostante l’invito espresso, era stata data per incerta a suggellare il consumato divorzio con una Germania che ormai anche nei fatti si è allontanata da una Francia sempre più protezionista e si è allineata invece all’Italia guidata dal centrodestra. Il pre-vertice rischia infatti di diventare qualcosa di molto più importante di un semplice scambio di vedute tra affini, rischia di rappresentare il momento esatto in cui finisce l’era dell’Europa a trazione franco-tedesca e inizia quella che in Germania hanno battezzato col neologismo non molto attraente di “Merzoni”, unendo i cognomi dei due leader, Merz e Meloni, che sono accomunati da una visione simile e da una stabilità politica che pochi altri Paesi in Europa possono vantare. Tra questi certamente non c’è la Francia, che sta pagando a caro prezzo le scelte azzardate del suo presidente.
Quella italo-tedesca, formalizzata nelle scorse settimane con l’incontro di Villa Pamphilij, non è una scommessa come in tanti l’hanno definita, ma un’alleanza pragmatica che si gioca soprattutto sul terreno economico, ma non solo, e nasce da posizioni comuni già tradotte in voti al Consiglio, come quello relativo all’allentamento dei termini della produzione di auto a combustione o quello sul Mercosur, e in un atteggiamento più distensivo e concreto nei confronti dell’America di Donald Trump. Certo restano differenze importanti- in particolare la questione del debito comune sostenuto dall’Italia che rimane una linea invalicabile per la Germania - ma queste non ostacolano una visione economica comune fondata sul rilancio della base industriale e l’abbattimento delle barriere interne. Proprio di questo che si parlerà domani, di competitività, di semplificazione burocratica e politica, di andare oltre l’unanimità. Insomma, è la deregulation invocata da Mario Draghi che peraltro sarà l’invitato di lusso dell’incontro informale del pomeriggio. Si parlerà anche del freno di emergenza legislativo per bloccare le norme inutili della Ue che danneggiano l’industria e di un’ulteriore revisione del Green Deal che miri a salvaguardare la manifattura europea, di cui Italia e Germania sono l’asse principale europeo.
La presenza di Macron al pre-vertice non garantirà certo che la Francia si allinei all’asse Roma-Berlino, anzi probabilmente acuirà le distanze fra i due poli. In un’intervista rilasciata ieri a 7 giornali europei, Macron ha promosso il “buy european”, la corsia preferenziale ai prodotti europei, a partire dalle armi, non condivisa dagli alleati. Secondo Italia e Germania la ricetta rischia di trasformarsi in un boomerang per la competitività. «La risposta alle sfide globali non può essere l'isolamento», ha sottolineato la ministra dell’Economia tedesca Katherina Reiche. Oltretutto, proprio alla vigilia del vertice, voci sempre più insistenti indicano che Berlino si ritirerà dal progetto franco-tedesco-spagnolo del caccia Fcas per unirsi al rivale Gcap guidato da Italia, Regno Unito e Giappone.
Uno smacco per Macron e un successo, l’ennesimo, perla premier italiana che sta trovando nel Cancelliere tedesco un alleato formidabile. Il Corriere della Sera racconta che il primo approccio tra Meloni e Merz avvenne a Bruxelles nel 2023 quando a capo del governo tedesco c’era ancora il socialdemocratico Scholz. Fu il vicepremier Antonio Tajani l’artefice di tale abboccamento dal quale è nato un rapporto politico che a palazzo Chigi definiscono «pragmatico, solido e costruttivo».
«Quando Berlino e Roma collaborano strettamente», ha recentemente dichiarato il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, «non lo fanno per routine, ma per convinzione, perché da questo dipendono il futuro dell’Europa, la sua libertà e il suo potere di plasmare il mondo».