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Ue, sull'energia Bruxelles è schiava di tre ideologie

Meloni chiede più margini di manovra in bilancio? La posizione di Ursula certifica la radicalizzazione ideologica del Vecchio Continente
di Fabio Dragoni mercoledì 20 maggio 2026

3' di lettura

La richiesta di Giorgia Meloni a Bruxelles per avere più margini di manovra in bilancio, e già solo questo è di per sé sufficientemente avvilente, certifica come l’Ue si sia radicalizzata su almeno tre ideologie. La prima attiene al feticcio del deficit pubblico non superiore al 3% del Pil. Un numero convenzionale, privo di qualsivoglia fondamento economico e scientifico. Nei negoziati che portarono al concepimento del Trattato di Maastricht (che poi è stato un aborto) fu escogitata questa regola. Semplice, facile da ricordare e da far digerire all’opinione pubblica. Un consulente del Tesoro francese, Guy Abeille, l’avrebbe suggerita proprio per la sua «immediatezza comunicativa».

Ma trasformarla in un tabù ha significato impedire addirittura i necessari investimenti in infrastrutture. Con il 3% ci saremmo sognati la realizzazione dell’autostrada del Sole in meno di otto anni. E tutto questo sebbene l’articolo 126 dei trattato sul funzionamento dell’Ue consenta di scomputare gli investimenti dal disavanzo ai fini del calcolo del 3%. Ma a Bruxelles funziona che per i “nemici” le regole non solo si applicano, se a lui sfavorevoli, ma si interpretano pure qualora siano a suo vantaggio.

La seconda ideologia riguarda la cosiddetta transizione verde. L’energia deve arrivare da pannelli solari e pale eoliche. Le altre fonti? Demonizzate. La terza, a dire il vero innocua, riguarda la cosiddetta transizione digitale accelerata. Il punto è che queste tre visioni, sono fra loro incompatibili. Risultato: se le vuoi seguire pedissequamente e contemporaneamente ti ritrovi paralizzato.

Partiamo dalla terza e prendete l’intelligenza artificiale. Ha fame e sete di energia come nessun’altra innovazione. Jensen Huang, fondatore e ceo di Nvidia, il colosso dei microchip, lo ha detto senza giri di parole: «Ai nostri computer serve energia pari a mille volte e più di quella che produciamo». E lo dice in un Paese, dove la capacità di generare elettricità da parte dei data centre è pari a 15 volte quella tedesca. Ma gli abitanti negli Stati Uniti sono quattro volte quelli della Germania.
Servono investimenti enormi. Chi li può fare se non lo Stato in massima parte? O magari incentivando fiscalmente i privati perché li facciano? Comunque la rigiri devi abbattere il dogma del 3%.

La terza visione configge con la prima. E di energia ne serve tanta. E come detto da Agostino Scornajenchi, amministratore delegato di Snam, le tecniche per la produzione di energia hanno ritmi e tempi di innovazione lunghissimi nel tempo. La rapidità riguarda le applicazioni dell’IA non la produzione di corrente. Le leggi della fisica e dell’ingegneria non le cambiano le direttive di Bruxelles. Quindi devi andare soprattutto sui fossili (carbone, petrolio e gas) e nucleare. A livello mondiale garantiscono oltre il 65% della produzione di elettricità e più dell’80% dei consumi energetici totali (fatti di elettricità, trasporti, riscaldamento).

E qui la seconda visione configge con la terza. Prendete la Francia. Tra il 1973 e il 1980 ha investito circa 130 miliardi di euro (in valori attualizzati) nello sviluppo di una rete di 56 reattori nucleari. In risposta proprio agli shock petroliferi. E questi hanno soddisfatto una quota variabile tra il 67% e il 75% del fabbisogno di elettricità. Stabile, pulita e a basso costo.

La Francia si è assicurata l’indipendenza energetica. Una somma di denaro analoga (sempre a valori attualizzati) Parigi l’ha investita in eolico e fotovoltaico tra il 2010 e il 2024. Risultato? La loro quota non arriva nemmeno al 10% del fabbisogno. Non c’è partita. Il divario tra un programma nucleare serio e le rinnovabili è paragonabile a quello che esisterebbe tra Jannik Sinner, e chi vi scrive queste righe su un campo da tennis.

Giorgia Meloni deve quindi decidere. Nel breve termine serve intervenire con misure immediate per ridurre ulteriormente il peso delle bollette e dei costi dei carburanti alla pompa. Perché la democrazia vive di consenso. Parallelamente, serve uno sguardo di lungo periodo e puntare con decisione sul nucleare. Cosa che ad onor del vero inizia a fare.
Ci vorrà del tempo? Nessuna maratona la porti in fondo senza aver percorso il primo metro. L’unica esitazione che sarebbe fatale è inseguire il consenso degli euroburocrati anziché degli elettori.

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