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Dall'Italia in Siria e ritorno, allarme foreign fighters

di AdnKronos domenica 24 marzo 2019

2' di lettura

Roma, 23 mar. (AdnKronos) - - Sono 138, secondo le stime più recenti, i 'foreign fighters' filo-jihadisti partiti in questi anni dall'Italia con l'obiettivo di combattere nelle file dell'Isis in Siria e in Iraq. Non più di un decimo, una dozzina di persone, è di nazionalità italiana. Per il resto si tratta di stranieri che hanno soggiornato nel nostro Paese o per qualche motivo sono transitati per il territorio italiano. Sarebbero solo 12, al momento, i militanti filo-jihadisti rientrati in Italia, cinque dei quali sono attualmente detenuti. Si calcola che una cinquantina di combattenti siano stati uccisi nei luoghi del conflitto. In altri Paesi il fenomeno degli aspiranti combattenti per il terrorismo è stato decisamente più marcato. I numeri italiani sono in ogni caso molto inferiori alle cifre registrate in Belgio, Francia, Germania e Gran Bretagna, da dove in questi anni sono partiti per le zone del fronte almeno 3.000 combattenti. La "particolare attenzione informativa" degli apparati di intelligence si deve al fatto che, "nonostante la perdita di territorio, combattenti e figure di rilievo, che ne ha indebolito la capacità di pianificare e dare diretto supporto ad azioni terroristiche di proiezione transnazionale, Daesh, determinato a colpire l'Occidente, si è mostrato ancora in grado di ispirare attacchi in Europa, suggerendone autori e modi", segnalano gli 007 italiani nella Relazione annuale al Parlamento sulla politica dell'informazione per la sicurezza, curata dal Dis. L'allerta è soprattutto in relazione al concreto rischio del cosiddetto 'effetto blowback', vale a dire alla possibilità che, una volta rientrati nei Paesi d'origine, i foreign fighters decidano di passare all'azione. Il problema non è rappresentato solo dal ritorno dei foreign fighters dall'estero. "Uno degli ambiti di maggior impegno" per l'Intelligence italiana è rappresentato "dal fenomeno dei 'radicalizzati in casa', un bacino sempre più ampio e sfuggente che richiede - avvertono gli apparati di sicurezza - una serrata attività di ricerca e monitoraggio volta a cogliere per tempo segnali anticipatori di possibili transizioni dalla radicalizzazione all'attivazione violenta".

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