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Mafia: sequestro Dia Trapani, dietro mercante d'arte l'ombra del boss Messina Denaro (2)

domenica 19 novembre 2017

2' di lettura

(AdnKronos) - A metà degli anni Novanta, divenuto ormai un affermato uomo d’affari, Becchina era tornato a vivere stabilmente a Castelvetrano, dove aveva anche avviato delle attività economiche ed effettuato rilevanti investimenti. Tra le iniziative siciliane, particolare rilevanza assume la costituzione nel 1987 della Atlas Cementi S.r.l. Frattanto nel 2001, Becchina - che già a partire dal 1979 era stato più volte denunciato per detenzione illegale di reperti d’interesse storico artistico - era stato coinvolto in una vastissima indagine giudiziaria, iscritta presso la Procura della Repubblica di Roma, perché ritenuto a capo "di un’agguerrita organizzazione criminale dedita, da oltre un trentennio, al traffico internazionale di reperti archeologici, per la gran parte provenienti da scavi clandestini di siti italiani, esportati illegalmente in Svizzera per essere successivamente immessi nel mercato internazionale, anche grazie alla complicità dei direttori di importantissimi musei stranieri". Nell’ambito di questo procedimento vennero individuati e sequestrati, a seguito di commissione rogatoria internazionale espletata in territorio elvetico, nella città di Basilea, cinque magazzini dove erano custoditi migliaia di reperti archeologici risultati provenienti da furti, scavi clandestini e depredazioni di siti, oltre che un archivio con più di tredicimila documenti (fatture, lettere indirizzate agli acquirenti, immagini fotografiche di reperti, etc.) relativi all’attività di commercio di opere d’arte e reperti condotta da Becchina. Quest’ultimo veniva sottoposto a fermo e, in seguito, a misura cautelare custodiale, ma non riportava alcuna condanna, essendosi i reati allo stesso contestati estinti per sopravvenuta prescrizione. Nell’ambito di quelle indagini vennero sentiti i collaboratori di giustizia Siino, Brusca e Geraci. Brusca, in particolare, "nel confermare gli interessi economici dei Messina Denaro nel traffico dei reperti archeologici, ha raccontato che fu lo stesso Riina a indirizzarlo dal latitante castelvetranese, quando, nei primi anni Novanta, ebbe necessità di procurarsi un importante reperto archeologico, che avrebbe voluto scambiare con lo Stato italiano, per ottenere benefici carcerari per il padre". A dire di Brusca i trafficanti d’arte legati a Messina Denaro avrebbero avuto la loro base in Svizzera. Inoltre, secondo quanto riferito dal collaboratore di giustizia Francesco Geraci, nella città di Basilea, "Matteo Messina Denaro avrebbe voluto avviare delle attività economiche, impiegando proventi delle attività illecite della famiglia mafiosa. Sempre a Basilea, secondo diverse risultanze giudiziarie, si sarebbe recato più volte lo stesso Messina Denaro ed altri appartenenti alla sua cosca mafiosa per acquistare illegalmente armi da guerra".

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