Reggio Calabria, 21 gen. (Adnkronos) - Avevano costituito un vero e proprio sistema per controllare e pilotare gli appalti pubblici. Il secondo troncone dell'indagine "Ceralacca", che oggi ha portato all'esecuzione di 16 misure cautelari e al sequestro di beni e società per 40 milioni di euro, ha consentito di "trovare conferme alle prime indagini e contestare nuove condotte", hanno spiegato i militari della Guardia di finanza del Comando provinciale di Reggio Calabria, che hanno incontrato i giornalisti insieme al procuratore Federico Cafiero de Raho e all'aggiunto Ottavio Sferlazza. In manette sono finiti anche funzionari pubblici infedeli, che si sono prestati al sistema illecito consentendo ai Bagalà di entrare in possesso delle buste con le offerte per le gare d'appalto in modo da modulare l'offerta vincente. L'indagine, il cui primo troncone risale al marzo 2012, è nata dall'anomalia notata da una dirigente della Provincia di Reggio Calabria che trovò un plico su un divano invece che nella cassaforte della Stazione unica appaltante. La Guardia di finanza ha posizionato alcune telecamere negli uffici e ha così scoperto che i dipendenti infedeli consentivano agli imprenditori l'accesso in ufficio di notte per mettere a punto l'imbroglio. Le buste venivano aperte, manomesse e poi richiuse con la ceralacca (da qui il nome attribuito all'operazione). Durante le perquisizioni, sono state trovate le maschere di carnevale utilizzate per infiltrarsi negli uffici travisando il proprio volto. A finire in manette sono imprenditori collusi e dipendenti pubblici infedeli. Non è mancato il sostegno degli imprenditori amici che si prestavano a presentare offerte idonee e funzionali agli interessi del gruppo Bagalà, ottenendo in cambio subappalti. Formalmente, le gare erano ineccepibili poiché non vi erano anomalie, in pratica invece il sistema era pilotato.