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Immigrati: tra i profughi a Palermo, 'voglio chiamare a casa' (2)

domenica 22 giugno 2014

1' di lettura

(Adnkronos) - Un sacerdote si allontana per discutere con i volontari e un ragazzo alto, dalla pelle scura, gli si avvicina per chiedergli 'abbiamo finito?'. "Vogliono confessarsi - spiega il prete - o per meglio dire cercano conforto da quello che hanno vissuto e in noi vedono delle figure di cui fidarsi". "Devo chiamare casa - dice uno di loro all'Adnkronos - mio fratello è morto. Devo avvisare la mia famiglia. Devono sapere che solo io ce l'ho fatta". Lui e suo fratello erano a bordo di quel gommone che venerdì è affondato a circa 40 miglia dalle coste della Libia. Sulla barca ci sarebbero state una novantina di persone ma solo 39 sono state tratte in salvo e altri dieci corpi senza vita sono stati recuperati in mare. Del viaggio non vuole raccontare nulla, i particolari di quel naufragio non vuole condividerli o preferisce non ricordarli. In uno stentato inglese continua solo a ripetere che deve chiamare casa ma quando i volontari lo cercano per capire meglio la sua storia nessuno sa più indicare chi è o dov'è.

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