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Perché il Cavaliere cavalca i diritti dei gay

di Maurizio Belpietro domenica 26 ottobre 2014

1' di lettura

Silvio Berlusconi sta provando a uscire dall’angolo in cui l’hanno cacciato. Dopo la condanna per i diritti Mediaset e la successiva interdizione dai pubblici uffici, che cosa poteva fare d’altro? Accettare le sorti del destino e rassegnarsi a passare la mano? Doveva trovare in fretta un erede e decidersi ad abdicare? Forse. O per lo meno così pensano in tanti. Tuttavia c’è il problema che il Cavaliere non ha nessun erede a cui cedere il trono e l’uscita di scena avrebbe significato esclusivamente chiuder bottega, ossia tirar giù la serranda di Forza Italia e consegnare le chiavi del locale a un commissario liquidatore che provvedesse a evitare l’occupazione dell’edificio da parte di qualche senza tetto. Oh, sì, qualcuno ha parlato di affidare lo scettro a una figlia o a un figlio, così da poter continuare la dinastia. Ma i primi ad accorgersi che l’idea era bislacca sono stati gli stessi Berlusconi: il padre innanzitutto, il quale sa benissimo che la passione politica non si trasmette con atto notarile come un pacchetto azionario o la proprietà di un immobile. Oltre al cognome ci vuole ben altro e se uno ha nel sangue il dna non è detto che nelle vene abbia anche la tensione per la guida del Paese. Del resto Umberto Bossi provò a trovare in famiglia un delfino, ma alla fine si ritrovò tra le mani una trota. Leggi l'editoriale di Maurizio Belpietro su Libero di oggi 25 ottobre o acquista una copia digitale del quotidiano

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