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Per Obama 2014 in salita: sul tavolo c'è il nucleare iraniano

Per il presidente un anno nuovo tutto da decifrare: si riparte dalla riunione del comitato di sicurezza dell'Onu a Ginevra
di Glauco Maggi domenica 12 gennaio 2014

3' di lettura

New York. Partenza in salita nel 2014 per Obama anche in politica estera, non solo per lo stentatissimo avvio, per usare un eufemismo, della riforma della salute che porta il suo nome. Un'altra iniziativa, che ha la firma di Barack e del suo segretario di Stato John Kerry, e' a rischio di deragliamento, e stavolta i democratici sono in prima fila, a fianco del GOP, nell' attacco frontale alla Casa Bianca. Si ricordera' che qualche settimana fa, a Ginevra, la delegazione dei Cinque del Consiglio di Sicurezza dell' ÓNU, piu'la Germania, ha firmato un pre-accordo con Teheran sulla faccenda della bomba nucleare, tanto cara all'Iran. I termini dell'intesa sono stati subito aspramente criticati negli Usa perche' di fatto sono il riconoscimento del diritto della Repubblica islamica, piu' radicale nel suo antisemitismo, di dotarsi di energia nucleare. Prevedono infatti un periodo di sei mesi in cui il regime, senza abbandonare il suo piano, rallenta la produzione dell'uranio arricchito continuando peraltro a costruire i suoi impianti. In cambio il governo di Rouhani ha pero' gia'ottenuto un sensibile alleggerimento delle sanzioni economiche, che era il suo vero obiettivo. Obama ha difeso strenuamente il patto al ribasso, solo perche' prevede ulteriori discussioni nel prossimo semestre che dovrebbero portare alla firma finale di una risoluzione che concretamente smantelli le ambizioni atomiche dell'Íran. Chi crede che un negoziato nel 2014, per di piu'senza la pressione delle sanzioni economiche, possa sortire effetti piu'concreti del niente ottenuto finora con le sanzioni non e'serio. Oppure e' Obama, a cui preme soltanto mantenere la parvenza di una resistenza del proprio governo alle mire di Teheran, basandosi sulla sola diplomazia e raffreddando il clima di conflittualita' inevitabile nella misura in cui l'Íran si avvicina sempre piu' al suo traguardo. Tra quelli che non ci credono ci sono ora anche una maggioranza assoluta di senatori, per ora sono gia' 53 ma sono in crescita giorno dopo giorno, che vogliono far passare una legge che stabilisca la ripresa, anzi l'inasprimento delle sanzioni economiche, se allo scadere dei sei mesi Kerry e gli altri negoziatori non avranno portato a casa il risultato pieno: uno stop effettivo di Teheran al proprio programma, con l'abbandono formale e certificato dagli esperti dell' ÓNU che il paese islamico non entrera' nel club nucleare. Il presidente ha minacciato il veto se la legge arrivera' sul suo tavolo. I repubblicani che controllano la Camera hanno gia'passato l' estate scorsa una disposizione anti Teheran con 400 voti a favore contro 20, e quindi se il Senato approvera' il testo che sta raccogliendo tanti consensi, sicuramente anche i deputati si accoderanno. Obama sara' cosi' nella indifendibile posizione di “disarmare se stesso”, sostenendo che la sola idea che un fallimento dei colloqui possa risolversi in sanzioni farebbe fallire da subito le trattative. E' la stessa tesi che ha esposto Rouhani: non contento delle sanzioni eliminate, e dei sei mesi di arricchimento ufficiale sia pure tecnicamente ridotto, vuole che il Congresso Usa ubbidisca al presidente, che a sua volta e' caduto, o meglio ha deliberatamente scelto di cadere, nella ragnatela del blablabla degli ayatollah. I due primi firmatari della mozione pro sanzioni sono il democratico Robert Menendez (senatore del New Jersey) e Mark Kirk (repubblicano dell' Illinois), che l'hanno presentata in dicembre. Subito hanno raccolto una adesione bipartisan di una ventina di senatori, ai quali se ne sono aggiunti poi oltre 30. E' un anno elettorale il 2014, e i democratici in parlamento, che devono cercare la conferma in novembre, non sentono alcun vincolo verso un presidente in uscita, e azzoppato. E la difesa di Israele e' un tema vincente: i repubblicani non fanno fatica ad essere anti Iran, lo sono per ideologia; i democratici, che dipendono dai finanziamenti degli ebrei, che in larga misura sono liberal e di sinistra, sono sensibilissimi alla causa antinucleare, e stanno dimostrando di non avere scrupoli nel buttare a mare il loro presidente, una palla al piede. di Glauco Maggi @GlaucoMaggi

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