Dopo le polemiche Michele Serra torna a parlare del flop di Sanremo. Lui era nel team degli autori del Festival e di fatto è stato tra gli artefici del fallimento. Ma riconoscerlo costa caro. Così su Vanity Fair, Serra prima difende Fazio (e se stesso) dalle accuse di fallimento, poi "spara" sui colleghi giornalisti che hanno attaccato il Festival per il flop di ascolti: "Ammesso che questo sia un Paese in grado di recuperare il proprio benessere mentale, è ovvio immaginare che il Festival possa essere una delle più eccellenti cavie per sperimentare la decrescita felice. Ridimensionarsi, cioè ridisegnare la propria vita, come a tutti noi che viviamo di comunicazione e di spettacolo toccherà di fare. Perde pubblico la Tv generalista, perde pubblico la carta stampata, perdono lettori i libri e clienti le librerie, perdono spettatori il teatro e il cinema, perde mercato la pubblicità. Piuttosto che ragionare su questo inevitabile passaggio che attende solo la sua serena accettazione, ci si azzuffa, come i capponi di Renzo". Non fa autocritica - Insomma è abbastanza chiaro che Serra non abbia nessuna voglia di ammettere le sue (possibili) responsabilità. Anzi si appella alla "decrescita felice" per giustificare un netto crollo di ascolti. Poi arriva la bordata ai colleghi: "Scena riassuntiva e memorabile del mio ultimo (least and last) Sanremo, le conferenze stampa del mattino dopo, quando Fazio doveva dare conto di perché e di come aveva perduto il confronto con se stesso (lo scorso anno il suo-nostro Sanremo fece il record di ascolti, quest'anno abbiamo perduto 5 punti di share). Giornalisti di quotidiani che perdono ogni anno il 10 per cento dei loro lettori lo accusavano, gongolanti, di aver perduto share, mentre il direttore di Raiuno Leone cercava di quantificare la perdita di pubblicità". Bavaglio a chi lo critica - Infine arriva la stoccata al veleno. Criticare Serra è severamente vietato altrimenti si rischia il rito vudù di Michele che augura ai suoi colleghi "criticoni" di restare senza lavoro: "Tutti in quella sala, nessuno escluso, stavamo perdendo qualcosa, ma nessun mezzo gaudio scaturiva dal mal comune. Piuttosto un'acredine diffusa, un malanimo acido, e più acido quanto più il suo latore era sull'orlo dell'insuccesso. Inviati di giornali a rischio di chiusura attaccavano Fazio e Littizzetto a testa bassa, come se non sapessero che Fazio e Littizzetto perderanno il posto, quando e se lo perderanno, dopo che loro lo avranno già perso".