(Adnkronos) - Pronto a spendersi per la sua gente, e a insegnare una via diversa rispetto a quella tracciata dalla camorra, don Diana non si tira indietro di fronte al pericolo. Al contrario decide di restare nel suo paese, dove infuria una battaglia senza esclusione di colpi tra la famiglia degli Esposito e quella dei Capuano. Rifiuta il trasferimento a Roma e risponde alle minacce dei clan con forza e coraggio. "Per me - osserva Preziosi - è stato difficile interpretare umanamente don Diana. Come napoletano, campano e come persona informata sui fatti di questo Paese, è ancor più difficile sentire le tante parole impiegate per migliorare la realtà. Realtà che, però, non cambia mai". Il titolo della fiction trae origine da un documento, 'In nome del mio popolo', fortemente critico nei confronti del malaffare, che Don Diana fa risuonare nelle Chiese di Casale durante la notte di Natale. Uno scritto di denuncia, nato dopo l'ennesimo omicidio, che segna l'inizio della fine del parroco. "La fiction - osserva Tinny Andreatta, direttore di Rai Fiction- risponde alla linea del Servizio Pubblico, innanzi tutto per il tema che propone. Il filo comune a molte produzione che stiamo facendo è quello di presentare scelte individuali coraggiose. Proponiamo i valori che si contrappongono all'illegalità, alla malavita e alla corruzione. Don Diana è un uomo che ha deciso di restare in una terra che, in quegli anni, vedeva l'assenza dello Stato. Con la sua presenza provoca una reazione in quella popolazione rassegnata in cui mancava coraggio e che aveva bisogno di essere risvegliata". La fiction su don Diana, afferma Giancarlo Leone, direttore di Rai1, è recitata con misura ed equilibrio. "Da tanti anni il produttore Pecorelli aveva questo progetto pronto per la Rai. Oggi ha trovato orecchie più attente. Raramente ho visto un film per la tv diretto e recitato così, con questa misura, senza cadere nello stereotipo".