Pisa, 16 set. - (Adnkronos) - I morti furono più di 1.900, alcuni di loro non sono stati più ritrovati. A distanza di 50 anni da quella terribile notte del 9 ottobre del 1963, una mostra fotografica e un libro-dossier riscrivono la storia della tragedia svelando aspetti inediti dell'avvenimento. La mostra racconta l'intuizione di un geologo, Edoardo Semenza, che riconobbe la frana prima che questa avvenisse e le deduzioni riguardo alla possibile evoluzione del fenomeno che, però, non furono ascoltate. Allestita fino al 18 settembre presso il Polo Piagge dell'Università di Pisa, in occasione di Geoitalia, la manifestazione dedicata alle geoscienze organizzata dalla Federazione Italiana Scienze della Terra, la mostra è un progetto itinerante che farà tappa in tutta Italia. Curatori della mostra sono Paolo, Michele e Pietro Semenza, i figli di Edoardo Semenza, insieme con Monica Ghirotti dell'Università di Bologna e Francesco Maria Guadagno dell'Università del Sannio ed è organizzata dal Consiglio Nazionale dei Geologi, dall'Associazione Italiana di Geologia Ambientale e Applicata (Aiga). "La tragedia del Vajont, come ogni tragedia, contiene diverse storie. La storia della diga che doveva essere l'orgoglio dell'ingegneria italiana; la storia di inadempienze e mancati controlli; la storia di consulenti che non hanno visto o hanno male interpretato - spiega Guadagno, presidente dell'Aiga - La storia delle persone che sono state tragicamente coinvolte; la storia di Tina Merlin, giornalista e scrittrice che quasi da sola aveva descritto i possibili rischi. La storia di un processo penale". In occasione dell'anniversario della tragedia, inoltre, il Consiglio Nazionale dei Geologi con la sua Fondazione Centro Studi pubblicano un libro-dossier che ne riscrive la storia: "9 ottobre 1963 - Che Iddio ce la mandi buona - La frana del Vajont. Memoria storica di una catastrofe prevedibile", di Alvaro Valdinucci e Riccardo Massimiliano Menotti che sarà presentto il 5 ottobre. Si basa su un dattisloscritto, solo ora giunto al Cng "dopo che per tanti anni è stato deliberatamente rimandato al mittente da chi avrebbe invece potuto e dovuto diffonderlo", dichiara Gian Vito Graziano, presidente del Cng "Sappiamo bene che il libro solleverà polemiche - aggiunge Vittorio D'Oriano, presidente della Fondazione Centro Studi del Cng - E' la prima cosa a cui abbiamo pensato dopo la prima lettura del testo. Ma abbiamo pensato anche alle 2.000 vite spezzate. A quelle che da allora non sono state più le stesse e che, ancora oggi, certamente si portano dentro un carico di dolore per noi inimmaginabile. Siamo tornati a Longarone, a camminare sui luoghi della tragedia e abbiamo avuto la consapevolezza della sacralità del luogo". "La tragedia del Vajont, comunque la si metta, è figlia dell'uomo - aggiunge D'Oriano - a 50 anni di distanza riteniamo si possa e si debba poter affermare che quella fu una tragedia figlia della troppa sicurezza di chi pensava di essere in grado di dominare gli eventi, della superficialità di coloro che magari intuirono lo sviluppo e la progressione della frana e fecero poco o nulla per arrestare i lavori, del fatalismo di coloro che pur avendo la consapevolezza della tragedia imminente poco o nulla fecero per allertare le popolazioni". "Sono passati 50 anni e non deve restare nascosto più nulla - ha concluso Graziano - neanche quelle zone grigie che non configurano più responsabilità giudiziarie, a tanti anni ormai dai processi e dalle sentenze che seguirono, ma entro le quali si individuano errori di valutazione e conseguenti decisioni sbagliate di funzionari dello Stato e di noti uomini di scienza".