(Adnkronos/Cinematografo.it) - Il desiderio di mettere a nudo l'anima davanti alla telecamera affonda in radici profondissime: "Sono cresciuto con la telecamera in mano -ricorda il cineasta- e riprendevo con i miei amici gli eventi quotidiani, una pattinata insieme o una passeggiata. Realizzavo video o cortometraggi e scrivevo storie di ogni genere. Quando ho esordito al cinema con Essere John Malkovich mi sono reso conto che per dirigere un attore dovevo ripensare ai personaggi che mi avevano maggiormente incuriosito o emozionato". Ecco come Jonze arriva, allora, a destrutturare la realtà: "Mi sono sempre detto di guardarla con gli occhi dei bambini, che sono nuovi al mondo e non hanno idea di come usare le cose o di come vivere convenzioni e costrizioni mentali. Semplicemente non ne hanno. Quindi la forza di grandi artisti, come Meryl Streep ad esempio, risiede nel senso di esplorazione e gioco con cui si approcciano a un copione". La compiutezza di un'opera secondo il regista è un delicato equilibrio di fattori a volte casuali: "Un lavoro frutto di una pianificazione ma anche della magia del momento. L'ho capito lavorando a Jackasscon i miei amici. Non realizzavamo qualcosa perché piacesse agli altri, ma parlavamo di qualcosa che ci toccava profondamente. Il merito va anche agli incontri fatti a 20 anni, agli artisti che mi hanno ispirato con l'esempio. Charlie Kaufman è uno di quegli incontri incredibili dell'esistenza. Tuttora è la prima persona che chiamo quando mi balena per la mente un'idea e a volte siamo così in sintonia da non ricordare chi dei due l'abbia avuta per prima".