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Immigrati più numerosi in Lombardia e Lazio ma meglio inseriti in Trentino

La crisi ha peggiorato l'inserimento sociale e lavorativo
domenica 21 luglio 2013

8' di lettura

Roma, 18 lug. - (Adnkronos) - La Lombardia è ancora la regione italiana con il più alto numero di immigrati, ovvero con il maggiore grado di attrattività, anche se la regione dove si vive meglio, dove cioè si registra il migliore accesso ad alcuni beni e servizi fondamentali di welfare, come la casa e l'istruzione superiore, e il più alto grado di radicamento nel tessuto sociale è il Trentino. E' quanto emerge dal 'IX Rapporto sugli indici di integrazione degli immigrati' realizzato dal Cnel in collaborazione con il ministero del Lavoro e politiche sociali-Direzione Generale dell'immigrazione e delle politiche di integrazione, presentato oggi a Roma. In particolare tra tutte le regioni italiane - si legge nel Rapporto - la Lombardia vanta la più alta densità demografica degli immigrati (con ben 44,6 residenti stranieri per kmq, un valore enormemente più alto non solo della media nazionale, che è di 15,2, ma anche della seconda regione a più elevata densità, il Lazio con 31,5), con una punta di addirittura 225,4 nella provincia di Milano, che non a caso svetta smisuratamente nella corrispondente graduatoria per province, con un valore quasi 1,5 volte superiore a quello di Prato (92,8) seconda nell'ordine. Ma alla Lombardia spetta anche il più elevato grado di stabilità delle presenze, con un'incidenza media di minorenni tra gli stranieri residenti pari al 24,2% (contro una media nazionale del 21,7%), con punte del 27,3 a Brescia e Cremona e di poco meno del 27% a Bergamo e Lodi, che infatti guidano, nell'ordine, la corrispondente graduatoria per province. Si registra inoltre la più elevata quota di incremento annuo degli immigrati, dovendo a questa regione ben un quarto (24,5%) di tutti i nuovi residenti stranieri registratisi in Italia nel corso dell'anno, con Milano e Roma che, da sole, ne hanno ospitati oltre un decimo ciascuna (11,8% e 11,1% nell'ordine). Per il resto, l'Emilia Romagna detiene l'incidenza più alta di stranieri sul totale dei residenti (11,3%, contro una media nazionale del 7,5%), la Liguria il saldo migratorio interno positivo più consistente (129,4 stranieri iscrittisi come residenti da altri Comuni ogni 100 cancellati per altri Comuni) e la Valle d'Aosta il tasso di natalità straniero più elevato (21,3 nati ogni 100 residenti, contro una media nazionale di 17,7). Rispetto al 2009 - emerge dal Rapporto - tra le regioni di testa hanno significativamente perso in attrattività il Veneto (-2,5 punti centesimali di indice), che è stato scavalcato al 2° posto dall'Emilia Romagna, e il Lazio (-6 punti); regioni che - come si vedrà - hanno conosciuto anche una contestuale riduzione del proprio potenziale di integrazione (soprattutto il Veneto). D'altra parte, sempre tra le regioni a maggiore attrattività prima citate, il Piemonte, l'Emilia Romagna e la Liguria vantano invece - nell'ordine - i potenziali di integrazione più alti d'Italia a fine 2011. Tra le province, la massima attrattività è detenuta dalla lombarda Brescia, la quale precede Prato, mentre altre 2 province lombarde, Bergamo e Milano, al 3° e 4° posto, precedono a loro volta 2 contesti emiliano-romagnoli, Modena e Reggio Emilia. A seguire, Roma, Mantova e Treviso chiudono la fascia delle regioni ad alta attrattività territoriale. Con 5 province tra le prime 10 (la decima è Varese, che segue immediatamente la citata Treviso), la Lombardia giustifica il proprio primato come regione a più alta attrattività per gli immigrati. In particolare, si segnala che il calo di attrattività registrato nel 2010 dalla provincia di Prato trova riscontro nel fatto che molti cinesi stanno effettivamente abbandonando l'area pratese, nella quale da tempo si erano stabiliti numerosi per impiantarvi le proprie attività imprenditoriali, spostandosi in altre zone del Paese. Ma le migliori condizioni complessive di inserimento sociale degli immigrati si registrano significativamente in due regioni medio-piccole a statuto speciale: il Trentino Alto Adige e la Valle d'Aosta. In queste regioni infatti si registra il più alto il livello di accesso degli immigrati a beni e servizi quali la casa e l'istruzione superiore, oltre al migliore grado di radicamento nel tessuto sociale attraverso un'adeguata conoscenza linguistica dell'italiano e il raggiungimento di determinati status giuridici che garantiscono e/o sanciscono un solido e maturo inserimento nella società di accoglienza (come la durata illimitata del permesso di soggiorno per i non comunitari che intendono insediarsi stabilmente in Italia; l'acquisizione della cittadinanza per naturalizzazione; la ricomposizione in loco del proprio nucleo familiare). Ancora una volta - si legge nel Rapporto - autonomia amministrativa e ridotte dimensioni geodemografiche favoriscono l'inserimento sociale degli immigrati in loco. E ciò grazie al fatto che i contesti socio-urbanistici e amministrativi "a dimensione d'uomo" hanno ritmi di vita meno frenetici e competitivi, rapporti sociali meno anonimi, relazioni umane più immediate e quelli con le strutture meno appesantiti dalla burocrazia e dalla complessità che caratterizza invece i grandi agglomerati metropolitani. Alle due regioni di testa menzionate seguono, nell'ordine, l'Abruzzo, le Marche, il Piemonte e l'Umbria, a completare la fascia alta della graduatoria; mentre il Friuli Venezia Giulia (che nel 2009 era in testa alla stessa, ma con un indice sensibilmente più basso di quello con cui il Trentino guida l'attuale graduatoria) viene subito dopo come prima regione di fascia media. Come si può notare, ai primi 7 posti della graduatoria si trovano significativamente quasi tutte regioni medio-piccole e del Centro-Nord. Le uniche eccezioni sono rappresentate: - per quanto riguarda l'ampiezza, dal Piemonte, che anche grazie a questo miglioramento delle condizioni generali di inserimento sociale degli immigrati ha potuto raggiungere il potenziale di integrazione più alto tra tutte le regioni italiane. Il Piemonte e l'Abruzzo, insieme alla Valle d'Aosta, rappresentano le new entry nel gruppo di testa di questo indice rispetto al 2009. L'Emilia Romagna e la Liguria sono le regioni italiane che offrono agli immigrati le migliori condizioni di inserimento lavorativo, seguite da Toscana, Lombardia, Piemonte e - inaspettatamente - Sardegna (dati riferiti al 2011). A chiudere il gruppo delle regioni ad alto livello di inserimento occupazionale degli immigrati sono il Friuli Venezia Giulia e il Lazio. Rispetto al 2009 - si legge nel Rapporto - si osserva che l'Emilia Romagna ha migliorato di 4 punti il proprio indice, soprattutto grazie a valori particolarmente apprezzabili, a livello nazionale, negli indicatori di partecipazione degli immigrati al mercato occupazionale, di impiego lavorativo (ore complessivamente lavorate dagli immigrati che ne denotano, in media, un impiego vicino al tempo pieno) e continuità del permesso di soggiorno per lavoro (bassa incidenza di mancati rinnovi alla scadenza: 7,2% contro una media nazionale dell'8,8%, preceduta solo dalla Sardegna con il 6,5%). Ciò ha consentito alla regione emiliano-romagnola di scavalcare in testa alla graduatoria la Toscana (il cui indice è rimasto pressocché invariato), con l'inattesa interpolazione, al 2° posto, della Liguria, la quale - con un incremento di quasi 9 punti di indice - ha scalato ben 6 posizioni. Anche il Friuli V. G., che 2 anni fa era 3° con un indice superiore di quasi 8 punti all'attuale, è stato sorpassato in graduatoria non solo dalle due più grandi regioni (e poli produttivi industriali) del Nord Ovest, la Lombardia (al 4° posto come nel 2009, ma con un indice migliorato di 5 punti di scala) e il Piemonte (che è salito di 2 posizioni, incrementando il proprio indice sia pure di appena quasi 2 punti), ma anche dalla Sardegna, che solo 2 anni prima era di 10 posti più in basso nella graduatoria con un valore di oltre 30 punti inferiore. Sulla notevole risalita della regione isolana hanno influito soprattutto la continuità del permesso di soggiorno per lavoro e il tasso di imprenditorialità degli stranieri, cui si aggiunge un'apprezzabile capacità di assorbimento della manodopera immigrata da parte del mercato occupazionale locale. In ascesa è da segnalare, del resto, anche l'Abruzzo, che nello stesso periodo ha guadagnato 2 posizioni (dal 13° all'11° posto) e, soprattutto, ha innalzato il proprio indice di inserimento occupazionale degli immigrati di ben 13 punti (da 44,2 agli attuali 57,3), soprattutto grazie al grande dinamismo dell'area industriale di Teramo (salita, nella rispettiva graduatoria di questo indice, dal 51° posto nel 2009 al 13° nel 2011). Di contro, sempre rispetto al 2009, occorre rilevare non solo il calo - tutto sommato contenuto - del Lazio (sceso dal 6° all'8° posto) avendo il terziario - che è il settore di occupazione predominante in regione - retto meglio degli altri comparti ai colpi della crisi; ma la caduta decisamente più sensazionale del Veneto (precipitato dal 5° al 10° posto in graduatoria), del Trentino Alto Adige (dal 10° al 16°) e dell'Umbria (dal 9° al 13° posto), tutte regioni in cui evidentemente il mercato del levoro interno è - almeno per gli stranieri - in particolare sofferenza a causa della perdurante crisi economica. Dal Rapporto sugli indici di integrazione emerge, però, che la crisi economico-occupazionale, che negli ultimi due anni è andata progressivamente acuendosi, assumendo sempre più un carattere sistemico, ha peggiorato le condizioni di inserimento sociale e lavorativo degli immigrati nel nostro Paese. Rispetto al 2009, anno di riferimento del Rapporto precedente, la geografia dei territori italiani a più alto potenziale di integrazione è sensibilmente mutata, si legge nel Rapporto. La circostanza è comprovata dal fatto che il massimo potenziale di integrazione che l'Italia è capace di esprimere, in specifici contesti, alle soglie del 2012 è comunque più ridotto rispetto ai picchi che era riuscita a raggiungere nel 2009, conoscendo così un generale indebolimento delle condizioni socio-occupazionali che rendono strutturalmente possibili l'avvio e la riuscita dei processi di integrazione. In generale gli effetti prolungati della crisi, esercitando un impatto differenziato sui territori (sebbene ovunque negativo) a seconda dei diversi sistemi economico-produttivi locali, hanno finito per causare una geografia molto più segmentata e mescolata che nel passato, avendo spezzato 'blocchi' territoriali che prima si presentavano molto più omogenei quanto alle condizioni generali di inserimento socio-occupazionale che erano in grado di offrire agli immigrati. Basti notare che mentre, ancora nel 2009, il 'blocco' del Nord Est era tutto concentrato nelle prime 6 posizioni, interrotto solo dall'inserzione, in seconda e terza posizione, di 2 regioni del Centro (Toscana e Umbria), e a seguire - dal 7° all'11° posto - si piazzava l'intero 'blocco' del Nord Ovest, con la sola interpolazione - all'8° posto - delle Marche, nella graduatoria del 2011 tutte le grandi aree del Paese sono già rappresentate nelle prime 7 posizioni: 2 regioni del Nord Ovest (Piemonte al 1° posto e Liguria al 3°), 2 regioni del Nord Est (Emilia Romagna al 2° e Friuli V. G. al 4°), una regione del Sud (Abruzzo al 5°), una del Centro (Marche al 6°) e una delle Isole (Sardegna al 7°), tutte con un indice del potenziale di integrazione estremamente ravvicinato.

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