Roma, 13 mar. (Adnkronos) - Un giovane uccide la madre, con la sorella complice, e nell'assenza del padre. E' una storia che Euripide raccontava 2.500 anni fa nel Teatro Greco; fatalmente una storia molto simile la raccontava 48 anni fa Marco Bellocchio al cinema. Ecco perche' Marco Bellocchio fa i conti con l'Oreste di Euripide: cosi' il mito antico della tragedia euripidea si confronta e si confonde e si fonde con il mito moderno de "I pugni in tasca". Lo spettacolo nasce da uno studio presentato la scorsa estate al Festival del Teatro Antico di Veleia, da un'idea di Bellocchio, per la regia di Filippo Gili. Protagonista nel doppio e difficilissimo ruolo di Oreste/Ale e' Pier Giorgio Bellocchio, gia' apprezzato interprete nella versione teatrale de "I pugni in tasca" dello scorso anno e nel recente "A porte chiuse" di Jean Paul Sartre, regia e traduzione di Filippo Gili. La scena si svolge tra Argo, nel 1200 avanti cristo, e una piccola citta' di provincia ai nostri giorni. Due matricidi dialogano a distanza di 2500 anni. Oreste e Elettra in attesa di giudizio, sono affamati, stanchi… Dalle mura della citta' esce la madre, Clitennestra, gia' uccisa dai due figli, ma sotto le sue vesti si nasconde la madre di Ale. Oreste e Ale sono inizio e fine dello stesso Mito. L'attacco paranoide del fratello di Elettra e' puntuale come gli insulti epilettici che Ale, il fratello di Giulia subisce dopo ogni assassinio. Nel Mito antico Oreste trova la salvezza grazie agli dei, al perdono di Pallade; nel Mito tutto moderno de I pugni in tasca, invece, non ci sono dei a salvare Ale. Marco Bellocchio colloca il suo antieroe, sconfitto dalla storia e dal suo individualismo adolescenziale, in una classicita' che non ha tempo. "Si puo' essere fratelli nello spazio. Ma si puo' essere fratelli anche nel tempo. Fra discendenza e confluenza. Pugni in tasca e Oreste non sono certamente coevi: ma coeva e' la splendida disgrazia che incombe l'uno sopra, l'altro, sembra, sotto. Come se un pavimento lungo 2500 anni separasse il condominio dei due - dice il regista Filippo Gili - . Perche' se e' vero che nel Mito antico Pallade perdona Oreste, nel Mito tutto moderno de I pugni in tasca, il fermo immagine di quell'esito mortale e violento sembra sussurrare che di Oreste ve ne sia stato uno solo, e che le Erinni possono sorvolare su un matricidio solo se vi e' Apollo ad ammortizzare la punizione. Non rimane altro che, in una prospettiva ciclica del Tragico umano, fondere le due opere, punto di inizio e di fine dello stesso Mito", conclude il regista.