Palermo, giu.- (Adnkronos) - "Il mio intento, nell'autorizzare prima i tentativi del capitano Giuseppe De Donno, e poi nell'incontrare personalmente l'ex sindaco di Palermo, in quel drammatico periodo segnato dalle stragi di Capaci e via D'melio, era quello di acquisire il maggior numero di elementi informativi possibili su Cosa nostra, rivolgendomi non ai soliti confidenti da quattro soldi, ma a chi ritenevo in grado di fornirmi indicazioni utili a contestualizzare cio' che stava accedendo, la cui matrice causale poteva anche essere rappresentata dagli sviluppi delle oramai note indagini su mafia ed appalti". Cosi' il generale Mario Mori spiega i motivi che lo avrebbero portato nell'estate del 1992 a prendere contatti con Vito Ciancimino. Per i magistrati del processo che lo vede imputato con Mauro Obinu per favoreggiamento aggravto a Cosa nostra, la trattativa tra Stato e boss avrebbe avto inizio proprio cosi'. "Questo era quello che pensavo e coerentemente, come ho gia' precisato, volevo portare l'ex sindaco di Palermo a rendere qualche significativa ammissione o addirittura ad una piena collaborazione, che avrebbe avuto un effetto sicuramente destabilizzante all'interno dell'associazione criminale - dice Mori - In questo confidando molto sulla sua delicata situazione giudiziaria, connotata da prospettive negative anche ravvicinate". E aggiunge: "Per 'trattativa', i diversi vocabolari della lingua italiana consultabili indicano: " Negoziato, patteggiamento, colloquio per arrivare ad un accordo ". I miei accusatori mettono in grande rilievo il fatto che sia io, piu' smaliziato, e quindi sembra una sola volta, che il capitano De Donno, meno esperto e quindi piu' genuino, in molte circostanze, nel descrivere il rapporto con Vito Ciancimino, abbiamo usato la parola 'trattativa', da cio' ricavando la conclusione che noi stessi ammettessimo implicitamente di avere avuto la consapevolezza di gestire un negoziato con Cosa nostra". "Ora, andare a fare l'esegesi della parola, come tanti puristi della lingua italiana, prendendo in esame ripetute deposizioni rese nell'arco di piu' ore davanti a magistrati e Tribunali diversi, e pretendere un uso sempre preciso ed inequivoco del linguaggio parlato, come fossimo membri dell'Accademia della Crusca, e tale che non si prestasse, a posteriori naturalmente, a letture ambigue, mi sembra quasi patetico e comunque molto indicativo. Significa in sostanza non avere nulla di veramente concreto contro di noi se si e' ridotti a trovare nel nostro linguaggio, per l'uso di un vocabolo piuttosto che di un suo sinonimo, spunti per ricavare accuse che dovrebbero dimostrare inequivocabilmente le nostre colpe - dice ancora Mori - Io, malgrado abbia fatto gli studi classici, per indicare il rapporto con un confidente, non ho mai avuto remore o difficolta', a voce o per iscritto, ad usare, tra i termini quali contatto, approccio, rapporto, anche quello di trattativa, e debbo dire che mai, nel mio ambito professionale o dai magistrati con cui mi riferivo, ho ricevuto rilievi per l'uso ambiguo e quindi equivocabile di questo termine". (segue)