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Teatro, appello Agis: ''Escludere stabili pubblici dai nuovi tagli''

domenica 15 settembre 2013

2' di lettura

Roma, 10 set. (Adnkronos/Ign) - "Per garantire un futuro ai teatri stabili pubblici italiani ed evitarne la chiusura è indispensabile che vengano esclusi dal nuovo taglio della spending review riguardante il contenimento della spesa per i consumi intermedi". E' l'appello dell'Agis, l'Associazione generale italiana dello spettacolo, che chiede un intervento in sede di conversione del decreto legge ‘Valore Cultura’. Si tratterebbe di un nuovo taglio che "va ad aggiungersi - scrive l'Agis - a quelli già inferti, nel corso degli anni, all’intero settore dello spettacolo con la riduzione delle risorse destinate al Fus (Fondo unico per lo spettacolo). Se gli Stabili non venissero esclusi dal nuovo taglio si vedrebbero costretti a restituire allo Stato parte dei contributi regolarmente assegnati con evidenti gravi problemi di gestione dei propri bilanci. L'Associazione dà atto al Governo di aver dato, con il decreto legge ‘Valore Cultura’, "un segnale importante nei confronti dell’intero settore culturale e anche dello spettacolo. Gli stessi teatri stabili pubblici, grazie a questo provvedimento, hanno visto un intervento positivo riguardante l’esclusione dal taglio sulle spese relative a pubblicità e tournée, ma occorre intervenire anche sui tagli per i consumi intermedi, conseguenza dell’inserimento di queste istituzioni nell’elenco Istat, allegato alle ultime leggi finanziarie, che le riduce a pubblica amministrazione non produttiva con limitazioni burocratiche alle proprie attività di imprese teatrali e alle capacità di autofinanziamento". "Per l’intero settore dello spettacolo è inoltre fondamentale - sottolinea ancora l'Agis - che ai provvedimenti previsti nel decreto legge ‘Valore Cultura’ ne seguano altri che definiscano nuove regole per il cinema, la musica colta e popolare, il teatro, la danza, i circhi e gli spettacoli viaggianti. E’ inoltre urgente un reintegro del Fondo unico per lo spettacolo, almeno ai livelli del 2012, per consentire a tutte le realtà dello spettacolo italiano, che rappresentano un patrimonio per il Paese, di portare avanti la propria funzione culturale, sociale ed economica".

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