di Salvatore Dama «E adesso sulla legge elettorale decidiamo noi». L’approvazione del semi presidenzialismo da parte del Senato non porterà all’introduzione di un assetto istituzionale sul modello francese. Neanche uno malato di ottimismo come Silvio Berlusconi ci pensa. Anche se oggi, in una conferenza stampa organizzata da Angelino Alfano, sbandiererà il risultato come “epocale”. No, il percorso delle riforme si ferma qui, al Senato. A Montecitorio non ci sono i numeri né i tempi per replicare. Ma il Cavaliere fa bene a gioire lo stesso. Perché l’effetto collaterale è politicamente più denso di quello principale: l’ex premier, sommando i voti di Pdl, Lega e Coesione sociale, dimostra di avere ancora la maggioranza assoluta a Palazzo Madama. Che torna utilissima per la legge elettorale: Berlusconi non può imporre le regole di voto che vuole lui, ma può bloccare tutte i modelli che non gli stanno bene. Già, ma quale modello vuole il Pdl? «Una nuova legge elettorale che consenta all’elettore di scegliere il proprio deputato e senatore», dice Alfano al Tg4. Ma non chiarisce se con il sistema delle preferenze o quello dei collegi. Ed è in questa incertezza che si alimenta il disagio degli ex An, sostenitori della preferenza. In tal senso tiene ancora banco il documento dei 28 parlamentari (tra questi anche vari ex Forza Italia) presentato da Andrea Augello e Barbara Saltamartini. Chiedono le preferenze, ma anche che si celebrino le primarie del partito: «Vanno nel senso del superamento dell’attuale Pdl e del rafforzamento del bipolarismo, dal momento che le fa anche il Pd», spiega il capogruppo di Coesione nazionale Pasquale Viespoli motivando la sua adesione. Mentre Marcello De Angelis, altro firmatario del documento, ne fa un discorso di iniziativa: «Peggio dell’antipolitica, c’è solo la non-politica. Qualsiasi cosa che apra alla partecipazione dei cittadini deve essere ben accetta». Ma i fermenti che attraversano il partito azzurro sono tanti. Ieri, al consiglio regionale del Lazio, si è consumata l’ennesima rottura tra An e Forza Italia. Nove consiglieri berlusconiani hanno sfiduciato il capogruppo Franco Fiorito, di provenienza aennina, e hanno indicato come nuovo presidente Francesco Battistoni, forzista. «Divergente irreparabili», spiega uno dei nove, Carlo De Romanis. Il malanimo serpeggia anche tra i post-missini, che nei prossimi giorni scenderanno in piazza divisi pur perseguendo obiettivi più o meno simili. Ignazio La Russa, Giorgia Meloni e Fabio Rampelli non hanno sottoscritto il documento degli alemanniani Augello e Saltamartini pur condividendo la battaglia delle preferenze (ma non quella delle primarie). Risultato: nel fine settimana organizzeranno banchetti per fatti loro allo scopo di raccogliere le firme in sostegno della causa. Il tutto mentre Diego Volpe Pasini, promotore della manifestazione “Sognando Forza Italia”, annuncia: «A settembre si formerà un gruppo di Forza Italia alla Camera. Già ci sono 16-17 deputati, ne bastano altri quattro...».