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Bersani ha paura di Renzi

di Matteo Legnani domenica 9 settembre 2012

3' di lettura

  di Elisa Calessi Il più contento del fatto che il patto o papello sulle poltrone sia venuto allo scoperto, dicono al Nazareno, è Pier Luigi Bersani. In questo modo, infatti, ha potuto smentire - e scrollarsi di dosso per tutta la sfida delle primarie - quel disegno di cui nei corridoi di Montecitorio si va parlando da prima dell’estate. Un accordo, cioè, che prevederebbe Massimo D’Alema di nuovo alla Farnesina, Dario Franceschini segretario del partito, Walter Veltroni alla presidenza della Camera e gli altri big (Bindi, Fioroni, Letta) accontentati con un ministero nel governo da lui guidato. Ci sarebbe questo alla base del sostegno corale di tutta la nomenclatura al segretario nella sfida contro Renzi. «Non ci sono né patti grandi, né  patti medi, né patti piccoli. Sgombriamo il campo da cose che non  esistono», ha detto ieri Bersani. E le ha definite «invenzioni» di Veltroni.  La realtà, a ben guardare, sta nel mezzo. Il patto sulle poltrone, che ha tenuto banco nelle chiacchiere ferragostane, esisteva. Ma più nelle intenzioni degli interessati o dei loro sottoposti, che non in quelle di Bersani. Più che di accordo, si trattava di aspirazioni dette a suocera (i giornali) perché nuora (Bersani) intendesse. Con un non detto: saremmo anche disposti ad appoggiarti, ma poi ricordati di noi.   Il segretario del Pd, dal canto suo, da tempo cerca di smarcarsi dalla tutela-commissariamento dei big. Che prevede appoggio, ma a un prezzo. Non solo. L’irruzione di Matteo Renzi sulla scena ha portato una novità. Se fino a qualche anno fa esibire al proprio fianco lo stato maggiore del partito sarebbe stato un segno di forza (basti pensare ai big dietro a Veltroni al Circo Massimo), ora rischia di essere un handicap.  Per lo stesso motivo Bersani ancora ieri ha ribadito di volere «primarie aperte», vere, correggendo molti dei suoi che proprio ieri chiedevano un «albo degli elettori». Meglio vincere a fatica ma sul serio, è il ragionamento del segretario, che stravincere con la “zavorra” dei notabili. Del resto, commentava ieri un franceschiniano, l’inconsistenza di quell’accordo è provata da tre fatti. Primo, «noi saremmo fregati perché la poltrona di segretario è l’unica che non puoi concordare, visto che ci arrivi solo dopo le primarie». Secondo, «non tiene conto di quanti parlamentari ciascuna area porterà e quindi dei nuovi equilibri che ci saranno: qualcuno verrà ridimensionato, qualcun’altro crescerà». Terzo, «tutti sanno che il modo migliore per bruciare un accordo è farlo con così largo anticipo».  Chi più festeggia per la smentita di Bersani, in ogni caso, sono i Giovani Turchi, i primi a denunciare questo “patto” e a chiedere che gli ex ministri si facciano da parte. «È tranquillizzante che Bersani abbia detto che non c’è alcun patto. Noi l’avevamo detto: quel meccanismo non era in grado di parlare all’Italia di oggi. A 15 anni di distanza non si possono riproporre i protagonisti di esperienze di governo che, peraltro, non sono state tutte positive. Nel momento in cui presentiamo qualcosa di nuovo, non possiamo ripartire dal ’96. La sfida per il governo del Paese non può essere la somma delle ambizioni dei leader». Da qui alle primarie, quindi, ogni accordo è azzerata. Se mai se ne riparlerà dopo..    

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