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Amnesty: tra rivolte globali e libertà violate nel 2011 "leadership hanno fallito"

50° rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani
domenica 27 maggio 2012

4' di lettura

Roma, 24 mag. - (Adnkronos/Ign) - In almeno 91 paesi nel mondo non c'è libertà di espressione e si rischia di essere arrestati, in 101 paesi vengono ancora praticati maltrattamenti e torture in particolare contro persone che manifestano contro il governo, in 21 paesi sono state eseguite condanne a morte e in 63 sono state emesse condanne a morte e almeno 18.750 sono i prigionieri nei bracci della morte delle carceri nel mondo. E ancora, almeno il 60% delle violazioni dei diritti umani è legato all'uso di armi di piccolo calibro, almeno 55 tra gruppi armati e forze governative arruolano bambini come soldati e ogni anno muaiono 500mila persone per atti di violenza armata. Sono i dati contenuti nel 50° rapporto annuale di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in 155 paesi e territori, presentato ieri a Roma in contemporanea con Londra. "La luce c'è in fondo al tunnel ed è destinata a crescere come cresce l'intolleranza delle violazioni dei diritti umani a livello globale", afferma all'Adnkronos Christine Weise, presidente della sezione italiana di Amnesty International soffermandosi sulle proteste che nel 2011 hanno attraversato il globo dal Medio Oriente all'Africa fino in Cina. "Si è venuto a creare un movimento di rivendicazione dei diritti a livello globale - dice Weise - che non intende fermarsi, neanche davanti alle violente repressioni ad opera dei governi che però, vorrei far notare, hanno mostrato una certa difficoltà nel contenere tale movimento di popolo". "Le persone, i popoli, uniti, continuano e continueranno a pretendere i loro diritti - ribadisce Weise - è un movimento forte che non intende fermarsi e non si fermerà. I leader mondiali devono far fronte, devono responsabilizzarsi riguardo al rispetto dei diritti delle persone e non curare i propri interessi ponendo ad esempio veti a risoluzioni a favore della tutela delle persone, nel Consiglio di sicurezza dell'Onu". Nel 2011, si legge nel rapporto, milioni di persone sono scese in piazza per pretendere libertà, giustizia e dignità e le rivolte vittoriose in Tunisia ed Egitto hanno infiammato la protesta prima nella regione e poi nel mondo intero, da Mosca, Londra e Atene fino a Dakar e Kampala e a Phnom Penh e Tokio. Secondo l'organizzazione internazionale il fallimento della leadership (che ha reso il Consiglio di sicurezza un organismo debole) è stato evidente anche nello sfruttare, da parte dei governi, sincere preoccupazioni per la sicurezza o per gli elevati tassi di criminalità allo scopo di giustificare o ignorare violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza, così come nel non aver chiamato le imprese a rendere conto del loro impatto sui diritti umani. Per Weise si registra un "profondo fallimento della leadership globale. Governi dei paesi in cui si svolgevano le proteste hanno risposto con brutalità o indifferenza". Per uscire dal proprio fallimento, dunque, "i governi devono dimostrare di possedere una leadership legittima e combattere l'ingiustizia, proteggendo chi è senza potere e limitando l'azione di coloro che il potere ce l'hanno". Amnesty ha poi rilanciato la richiesta di un forte Trattato globale sul commercio delle armi entro l'anno. Nel volume (il rapporto è contenuto in un tomo di 700 pagine edito dalla Fandango Libri) si evidenzia come la mancata azione sullo Sri Lanka e sui crimini contro l'umanità in Siria, uno dei principali acquirenti di armi dalla Russia, ha reso il Consiglio di sicurezza un organismo superfluo come guardiano della pace globale e le potenze emergenti di India, Brasile e Sudafrica sono state spesso complici, con il loro silenzio. La conferenza delle Nazioni Unite per trovare un accordo per un Trattato sul commercio di armi sarà la cartina di tornasole per i politici e farà capire se vorranno o meno porre i diritti umani sopra i propri interessi e i profitti. Ricordando quanto accaduto in Libia e in Siria, Weise definisce "sconcertante constatare come gli stati membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu (Cina, Francia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti d'America) abbiano un potere assoluto di veto e contemporaneamente siano tra i più grandi venditori di armi del mondo. E queste vendite hanno prodotto un numero incalcolabile di vittime". In particolare riguardo alla Siria, nel rapporto di Amnesty si sottolinea come le forze di sicurezza fedeli al presidente Bashar al-Assad potrebbero aver commesso "crimini contro l'umanità" nella repressione messa in atto con l'uso della forza "letale e in altri casi eccessivo" contro "manifestanti pacifici". L'Italia finisce nel mirino di Amnesty quanto ai rapporti con la Libia e i respingimenti. Invita poi il nostro governo a prendere misure a tutela della comunità rom e contro l'odio discriminatorio. Giusy D'Alconzo, direttrice ufficio campagne e ricerca della sezione italiana di Amnesty International afferma come "l'Emergenza Nomadi con i suoi effetti discriminatori e il suo strascico di violazioni debba finire davvero". Chiede, quindi, ("mentre gli sgomberi continuano in tutto il paese", fa notare) che il governo si impegni nell'offrire "rimedi alle persone rom che hanno subito violazioni dei loro diritti" a causa della stessa emergenza. Sul tema respingimenti, D'Alconzo ricorda che la Corte Europea dei diritti umani ha dichiarato con una recente sentenza "l'illegalità del rinvio in Libia di persone a rischio di tortura, sia in quel paese che nei paesi di origine". E quindi secondo D'Alconzo essendo i respingimenti in mare "illegali", gli accordi che li prevedono "andrebbero immediatamente cancellati". "I prossimi mesi - conclude D'Alconzo - saranno rivelatori delle intenzioni del Governo Monti sui diritti umani: viste le molte urgenze ci aspettiamo che adotti passi concreti, di spessore. Amnesty International continuerà a porre la massima attenzione alla situazione complessiva dei diritti umani in Italia, che crediamo necessiti di un vero e proprio pacchetto di riforme".

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