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Google-Cina, cade la Grande Muraglia Digitale

di Francesco Specchia
di Maria Acqua Simi sabato 16 gennaio 2010

2' di lettura

Dopo gli attacchi degli hacker il motore di ricerca toglie la censura alle sue pagine in mandarino: si possono rivedere le immagini del Dalai Lama e di Tien An Men. di Francesco Specchia Dunque, cade il Great Firewall of China, la grande muraglia digitale. Il viandante telematico che oggi digitasse “Dalai Lama” o “Piazza Tien An Men anno 1989” troverebbe, tra centinaia di risultati sgranati sul monitor come un rosario, il volto sorridente del leader tibetano e decine d’immagini della rivolta studentesca sotto Den Xiao Ping, compresa quella, mitica del ragazzo davanti al carrarmato. Fino all'latro giorno, per la cronaca, appariva “nessun risultato” supportato da un paraculesco “in osservanza delle leggi locali non sono visualizzati”. La notizia che il motore di ricerca più potente del mondo, in maniera solenne, abbia deciso di non censurare più i suoi contenuti nel territorio della Repubblica Popolare è, al contempo, un sussulto d’orgoglio e un atto di coraggio dall’esito incerto. "Orgoglio" perché i ragazzi della Silicon Valley si sono resi conto che il patto col diavolo del 2006  -leggi : il governo cinese, che li aveva obbligati alla censura preventiva-  si stava sempre più tarsformando in un danno d’immagine, ben più importante della perdita dei 300 milioni d’utenti in mandarino e dei 600 milioni di dollari di ricavi l’anno. "Coraggio" perché, dopo la sempre più frequente disattivazione del governo mandarino di YouTube, il danno economico sarebbe, in prospettiva, incalcolabile (specie a favore del diretto concorrente Baidu che già cresce in borsa di più del 15%) . Di più: Google potrebbe lasciare la Cina; ecchisenefrega dei comunisti che possono comprarti tutto ma non l’anima. Eppure, a questo prima o poi si sarebbe arrivato. Certo, c’è voluto un attacco d’hacker di potenza inaudita a 34 aziende tecnologiche per dare una svegliata allo spirito libertario Usa; c’è voluto il sequestro da parte dei pirati - presumibilmente pagati dal governo- di lettere di dissidenti, lo spegnimento di fiammelle di ribellione nel web per movimentare il Wall Street Journal, il controspionaggio e il segretario di Stato Hilary Clinton che ufficializza “Attendiamo spiegazioni dal governo cinese sulla vicenda”. C’è voluto tutto questo per togliersi dalla trappola dell’autocensura, con tutto il sostegno planetario del popolo della Rete, è come quando Oliver Cromwell a cavallo del New Model Army sconfisse la monarchia inglese. Un rigurgito di libertà. Che, conoscendo il tasso di vendibilità dei cinesi, costerà parecchio. Ma almeno servirà anche alle altre imprese -Yahoo per prima, che faceva delazione sui dissidenti- per sviluppare un “nuovo approccio alla Cina”. Non è una questione di ripicca, ma di amore per il progresso. Don't be Evil sta scritto sotto il logo di Google: non essere malvagi...

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