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L'editoriale

di Franco Bechis
di Tatiana Necchi sabato 18 settembre 2010

3' di lettura

Silvio Berlusconi è convinto (lo ha spiegato ieri a Le Figaro) di restare in sella con il suo governo fino al 2013 e di non avere alcun  problema con i finiani. Intorno a lui questa convinzione sembra meno granitica. I fedelissimi non si fanno scappare una parola. Ma parole pesanti sono arrivate dentro e fuori il palazzo. Le prime le ha pronunciate il presidente emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Martedì sera ha spiegato a Lilli Gruber su La7 che certo Giorgio Napolitano farà di tutto per garantire stabilità e rispetto della Costituzione. Ma esperienza e logica dicono che questo governo difficilmente durerà. Forse si voterà la prossima primavera, forse dopo. Ma fare durare la legislatura fino al termine è difficile se non impossibile. Detto da Scalfaro, e cioè dal più rigido sacerdote della carta costituzionale e dall’inventore del ribaltone del 1995, è un vaticinio da prendere assai sul serio. Anche Emma Marcegaglia ieri si è mostrata assai scettica sulla durata del governo: «La maggioranza forse non c’è più». Parole di troppo Poi il presidente di Confindustria, temendo di essersi lasciata scappare qualche parola di troppo, ha corretto il tiro. Inanellando però un’altra gaffe. Perché si è lamentata della scarsa qualità del dibattito politico ad agosto, e riferendosi al “Montecarlo-gate” ha definito Elisabetta Tulliani, madre di due figlie del presidente della Camera, «una amante». Ecco la frase precisa: «L’Italia vive un momento di politica brutta che per mesi ha parlato solo di amanti, di cognati e di appartamenti». Scappata la gaffe, la Marcegaglia ha preferito evitare la rettifica bis per non fare il disastro. Resta il fatto che nei suoi reconditi pensieri la numero uno degli industriali italiani pensa che il governo attuale non abbia più benzina per fare troppa strada. Se la miscela da mettere nel motore doveva essere quella del gruppo di responsabilità nazionale capeggiato dal repubblicano Francesco Nucara, siamo effettivamente davanti a un bello sciopero dei benzinai. Dei 22 candidati conteggiati a palazzo Grazioli solo una manciata ormai non hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche per smentire l’operazione. E Nucara ieri ha dovuto ammettere: «sul gruppo sono molto pessimista». La fuga in avanti deve avere complicato l’operazione politica, anche se la verità emergerà con chiarezza solo nell’ultima settimana di settembre quando Berlusconi chiederà alle Camere la fiducia sui cinque punti ormai noti del programma di governo. Quel voto in ogni caso arriverà dal gruppo di Futuro e Libertà, perché il primo a non volere in questo momento una crisi è proprio Gianfranco Fini. Ma per sapere quanto sarà determinante poi nella reale attuazione del programma, provvedimento dopo provvedimento, bisognerà contare quanti voti imprevisti ci saranno in quella urna a palazzo. Se davvero il gruppo dei siciliani dell’Udc di Pier Ferdinando Casini si smarcheranno dal loro leader, che alla fiducia voterà no. Potrebbero astenersi, non partecipare al voto o addirittura votare sì. E ognuno di questi gesti avrebbe il suo peso politico. Operazione difficile Ma per fare una maggioranza che prescinda da Fini a Berlusconi servono tutti quei voti Udc, oltre a quello di almeno altri quattro transfughi dall’opposizione e naturalmente al recupero dei voti di chi in Parlamento è arrivato con il premio di maggioranza PdL-Lega. Operazione difficile dal punto di vista aritmetico, e assai rischiosa dal punto di vista politico. Perché chissà se è meglio avere un Fini determinante o avere una quindicina di deputati che uno per uno si sentiranno come Rita Levi Montalcini all’epoca dell’ultimo governo di Romano Prodi. Governare così rischia di diventare assai arduo, se non impossibile. Così quelle voci dal sen fuggite dentro e fuori le istituzioni (Scalfaro e la Marcegaglia) stanno tornando ad avere la loro eco dentro la maggioranza attuale. Governare si governerà questo autunno. Ma il partito delle elezioni subito ha solo rinviato l’attesa.

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