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Quando Di Pietro si batteva per imbavagliarci

di Filippo Facci
di Tatiana Necchi sabato 19 giugno 2010

3' di lettura

Poi c’è lui. Tutte le uscite della sinistra in chiave anti-intercettazioni, risalenti al fallito Decreto Mastella, le abbiamo raccontate e ri-raccontate: poi c’è lui, Di Pietro, la testa di caprone dei partigiani anti-bavaglio. Non riposa mai: anche ieri, a proposito, ha parlato di «norme liberticide e ad personam che calpestano la democrazia e mettono il bavaglio alla stampa».  Non l’aveva mai detto. I colleghi giornalisti tutto sommato lo amano: le sue sgangheratezze fanno colore e in questo caso fanno gioco, sono riconoscibili, fanno titolo in giornate calde e vuote come queste. Nessuno ricorda più le sue centinaia di querele, o quando nel 1996 disse che avrebbe preso «a schiaffi e pedate chi mi ha indotto a dimettermi dal ministero dei Lavori pubblici», o quando nel 1994, a Curno, prese a testate un giornalista dell’Ansa - si chiamava Giuseppe Guastella - dopo averlo riempito di calci e di pugni, questo dopo aver strappato il rullino dalla macchina fotografica di un fotoreporter. In quel periodo, appena dimessosi dalla magistratura a Di Pietro la libertà di stampa piaceva un po’ meno e la salvaguardia della privacy decisamente di più: se n’era scappato a Montenero di Bisaccia ma all’arrivo l’aveva trovata illuminata come Los Angeles; all’autogrill l’avevano fotografato mentre faceva pipì e scoprì che al cimitero avevano rubato la foto di suo padre dalla tomba. Avevano rubato anche le sue pubblicazioni di matrimonio per fotografarle e pubblicarle: «Tra l’altro, è ricettazione», disse. Il fotoreporter di cui sopra, tra l’altro, Di Pietro lo reincontrò nell’ottobre 1995, a Firenze, a margine di un pranzo con Romano Prodi che doveva rimanere segreto. Questa volta, però, Di Pietro si limitò ad accompagnare Tiberio Barchielli - così si chiamava - direttamente al commissariato. Sciocchezzuole: sicché nessuno ricorda le tante simpatiche uscite di questo amicone dei giornalisti. Figurarsi, dunque, se possono ricordare il terzo punto del suo discorso di insediamento all’Università di Castellanza, sempre nel 1995, quando si concentrò su «l’oggettività dell’informazione e i confini del diritto di cronaca». Fece un paio di sparate, il nostro, che poi riprese tra la fine del 1996 e la prima metà del 1997: in sostanza propose dei provvedimenti come il «decreto cautelare di rettifica» oltreché la rilettura obbligatoria dei virgolettati agli intervistati e – inevitabile – un inasprimento delle pene per il reato di diffamazione. Alle testate che di tale diffamazione si fossero macchiate, secondo Di Pietro, avrebbe dovuto essere imposta un’esponenziale sospensione delle pubblicazioni: più diffamazioni ergo più sospensioni, ogni volta più prolungate. Voleva far chiudere i giornali che a suo dire lo diffamavano, in pratica: cioè tutti o quasi, secondo lui. Aggiunse, durante un incontro a Pesaro: «Bisogna che qualunque povero cristo possa andare dal giudice e ottenere nel giro di 48 ore un articolo uguale, ma contrario, per poter annullare, con il controllo di un giudice, la sentenza anticipata di condanna giornalistica». Chi non ci creda può controllare sul Corriere della Sera dell’8 maggio 1997. Di Pietro disse queste cose oltretutto in un periodo in cui inoltrava le citate centinaia di querele ai danni della medesima categoria giornalistica che l’aveva riverito come nessun’altro dal dopoguerra, la stessa categoria di cui ora si fa paladino. Basta crederci.

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