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L'editoriale

di Maurizio Belpietro
di Eleonora Crisafulli sabato 19 giugno 2010

3' di lettura

Come i lettori sanno, questo quotidiano è tra i pochi che si sono detti favorevoli alla legge sulle intercettazioni. Filippo Facci, Davide Giacalone e io stesso abbiamo più volte spiegato perché riteniamo indispensabile un argine al dilagare di indiscrezioni giudiziarie sulle pagine dei giornali. Al contrario di quanto si vuol far credere, la pubblicazione dei brogliacci non è affatto uno strumento utile alle indagini, ma banalmente un servizio da voyeur che rende molto a chi lo pratica e assai meno a chi lo subisce. Come Libero ha dimostrato, gli altri Paesi si regolano anche peggio di come si vorrebbe regolare in Italia questa materia. Dunque, non c’è motivo di esitare. Ciò premesso, non siamo affatto d’accordo che la cosiddetta «legge bavaglio»  di modifica in modifica sia resa irriconoscibile e, soprattutto, inutile. Sin dall’inizio avevamo avvertito il premier, invitandolo ad aprire gli occhi. Infatti, temevamo il peggio e il peggio si sta puntualmente verificando. Grazie al fondamentale aiuto di Gianfranco Fini e dei suoi, il provvedimento che doveva limare le unghie a pm e giornalisti i quali fanno un uso politico e spettacolare della giustizia non servirà assolutamente a nulla. Ieri, dopo un tira e molla durato giorni, si è deciso di rinviare tutto a settembre, prendendo tempo. Il disegno del presidente della Camera è chiaro: più si allontana l’approvazione del provvedimento e più c’è tempo per modificarlo e svuotarlo di contenuto. Alla fine, come è accaduto spesso anche nel passato, la legge che arriverà in porto sarà letteralmente stravolta, trasformata in un colabrodo che consentirà ogni fuga di notizie. Insomma: mesi di discussioni e di polemiche, senza ottenere nulla in cambio, neanche uno straccio di norma che la faccia finita con il carnevale delle intercettazioni. Altrettanto sta capitando alla manovra. Noi avevamo applaudito alla notizia dei tagli, ma più passano i giorni e più si procede in retromarcia. Non per rivedere le misure inique, tipo quelle che sforbiciano i trasferimenti agli enti locali virtuosi, ma per lasciare intatti i fondi di chi spreca. Ridotti al lumicino i tagli alla casta; tutto come prima per le pensioni d’invalidità, anche quelle false; quasi certamente eliminata la tassa di soggiorno per Roma. Di questo passo anche la manovra non sembrerà più la stessa, ma finirà per essere come tutte le altre che sono state fatte nel passato, prima Repubblica compresa: un’ammuina per far finta di tagliare e rinviare tutto all’anno prossimo. Il cedimento sulle intercettazioni e quello sulla manovra non ci sembrano bei segnali, ma anzi somigliano parecchio a una ritirata del governo di fronte alle proteste e alle trappole escogitate dai nemici e pure dagli ex amici. Fossimo nel Cavaliere, il quale per la verità si sa consigliare benissimo da solo, staremmo molto attenti a ciò che sta succedendo. È vero che la colpa di ciò che sta accadendo non è sua, ma di chi gli mette i bastoni tra le ruote e gli impedisce di fare. Ma alla lunga la responsabilità ricadrà su di lui. È a lui che gli elettori addebiteranno le riforme e i tagli mancati, non certo a Fini, il quale seduto comodo nella sua poltrona di terza carica dello Stato può permettersi tutti gli sgambetti possibili senza dover pagare per i falli. Vogliamo essere sinceri con Berlusconi: questa è una partita in cui rischia di rimetterci solo lui. Pazientare in attesa che le cose cambino o tirare a campare non sono soluzioni. Il presidente del Consiglio se non vuole farsi legare le mani e logorare, non ha che una strada: espellere chi gioca sporco. Scelga lui.

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