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L'editoriale

di Maurizio Belpietro
di Tatiana Necchi sabato 19 giugno 2010

3' di lettura

Che Bossi fosse cambiato e non fosse più il capo partito che minacciava Roma ladrona con i presunti 300 mila bergamaschi in armi, si era capito da un pezzo. L’incendiario del Palazzo ha lasciato il posto a un pompiere, che reclama sempre il federalismo e l’autonomia della Padania ma lo fa usando parole meno ustionanti.  Non so se il Senatur meno celodurista sia il risultato della malattia, come molti sostengono, la quale lo avrebbe intenerito e portato a vestire i panni del moderato. Personalmente tendo più a interpretare l’atteggiamento come una strategia adatta ai tempi e, soprattutto, agli equilibri del momento. Cosa intendo? Semplicemente che, per quanto lo si detesti e lo si ritenga un pericolo per l’Italia unita,  di Bossi non si può non riconoscere il fiuto politico. Sono pochi i leader che hanno la capacità di intercettare gli umori: in Italia si contano su una mano e avanza pure qualche dito. Il numero uno del Carroccio non solo ha il polso della propria gente, ma è pure capace di volgere a suo favore le circostanze. E, con lo scontro tra Fini e Berlusconi,  ha capito che il suo ruolo poteva diventare ancor  più importante e decisivo se, anziché fare la faccia feroce contro il presidente della Camera per le tesi antileghiste che questi propugna, si fosse messo a fare il mediatore tra fondatore e cofondatore del PdL. Fino a poco tempo fa nessuno probabilmente avrebbe scommesso un soldo sulle capacità diplomatiche del Senatur, che della ruvidezza di linguaggio ha fatto un  segno distintivo, nei comizi come nelle relazioni con alleati e avversari. Ma il Bossi di oggi maneggia le frasi con maggior cautela, quasi mai per rompere, sempre più spesso per aggiustare.  L’atteggiamento del capo è la dimostrazione che la Lega non è più un movimento di protesta e neppure un partito territoriale, il quale pensa esclusivamente a difendere le ragioni del proprio elettorato. Il Carroccio ormai gioca a tutto campo e si prepara ad avere un ruolo di maggior peso su scala nazionale, tenendo contatti con il Quirinale e con il Vaticano. Del resto, non poteva che essere così. Alla Lega fanno capo ministeri chiave come quello degli Interni e un paio di Regioni importanti per numero di abitanti e economia, con ulteriori proiezioni di crescita secondo i sondaggi: inevitabile che non si richiudesse nel perimetro della sola Padania. Attenzione però: la strategia del Senatur non è dettata da esigenze di salvaguardia del federalismo, come verrebbe da pensare immaginando che una crisi di governo impedirebbe di approvare i decreti ad esso connessi. Bossi guarda lontano, in particolare alla fine della legislatura, quando si deciderà il futuro del Cavaliere. Se Berlusconi dovesse venire eletto presidente della Repubblica gli equilibri con il PdL cambierebbero e il capo leghista non vuole farsi trovare impreparato. Come ho già scritto, oggi non è più una bestemmia immaginare un uomo del Carroccio a Palazzo Chigi, ma anche se questo non fosse possibile, dare alla Lega un profilo più istituzionale, capace di mediare e di dettare la linea  su temi diversi da quello del federalismo, non è un errore. Anzi, un’opportunità: che Bossi non si vuole far scappare. 

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